sabato 7 giugno 2014

UN’ANTICHISSIMA FONTE PROTEICA: IL FORMAGGIO (Parte II)



Un formaggio è il risultato delle condizioni naturali, ambientali e storiche di una zona definita che viene indicata nei disciplinari a “Denominazione d’Origine”. Le caratteristiche del prodotto tipico dipendono principalmente dalla materia prima:il latte, la razza degli animali che lo producono e la loro alimentazione. I requisiti ambientali di raccolta e trasformazione del latte conferiscono ai prodotti delle caratteristiche peculiari derivanti dalle tecniche tradizionali di lavorazione, capaci di
assicurare unicità, naturalità e salubrità ai prodotti. Purtroppo le produzioni tipiche, artigianali, non possono essere ripetute sempre perfettamente uguali, perché può capitare che vari il tipo di lavorazione e di stagionatura, a seguito di cambiamenti delle condizioni ambientali e della stagione produttiva, ma proprio questo dà valore a queste produzioni, disponibili in quantità troppo ridotte  e non sempre presenti .in tutte le stagioni, per poter avere una ribalta nazionale. Per questo motivo la grande varietà di profumi, colori e sapori di un tempo vanno scomparendo e l’affezione per il prodotto locale si va perdendo sempre di più. La conseguenza è l’appiattimento del profilo organolettico dei formaggi , forse più garantiti dal punto di vista igienico sanitario, ma dal sapore banalmente “globale” e immutabile. I caseifici sono passati dal vecchio “caccamo” alle caldaie
meccaniche, alle salature automatizzate, ad una serie di tecnologie che hanno permesso di abbassare i costi di produzione, di ridurre la manodopera, di uniformare la qualità e realizzare ottimi affari con prodotti anonimi.  Per il suo alto costo di produzione è diventato quasi introvabile il formaggio pecorino che, a giusta stagionatura, rappresenta ancora oggi, il condimento più indicato per le pietanze locali a cui si sposa perfettamente. Un pezzo di quel formaggio rappresentava il compana- tico preferito dalla gente dei campi, prima di affrontare una giornata di lavoro. Sulla qualità di questo prodotto,  ormai in via di estinzione, influisce l’aroma delle erbe che gli animali mangiano durante il pascolo: lentisco, mentastro, rosmarino, mortella e soprattutto l’esperienza dei casari che, con le loro tecniche di conservazione, ne assicurano la giusta maturazione, in ambienti freschi e ventilati. Talvolta il formaggio pecorino, attaccato dai vermi, raggiunge uno stadio di avanzata fermentazione, in tal caso, in gergo popolare, viene denominato “furmàgge pùnde”. In passato riscuoteva grande apprezzamento da parte degli intenditori,che lo gustavano con pane casereccio e abbonanti bevute di primitivo. Secondo gli anziani quel pasto li aveva preservati dal tifo e dal colera ma, alla luce delle attuali acquisizioni scientifiche, quel formaggio brulicante di vermi biancastri, è
senz’altro tossico e, quindi,sconsigliabile.  Un sottoprodotto del formaggio, sia pecorino che vacci- no, è la ricotta, poco grassa e delicata di sapore. Si mangia cruda, ma è utilizzata anche per condire la pasta, per farcire panzerotti e come ingrediente base per torte dolci e salate. Con l'aggiunta di verdure, si preparano delicati ravioli. Una gustosa colazione del passato era la zuppa di pane casereccio nel siero con fiocchi di ricotta che i pastori locali offrivano volentieri a chi, la mattina
presto andava a prenderla dagli ovili, situati alla periferia del paese. Di solito erano gli stessi che, la sera, di ritorno dal pascolo, attraversavano le strade del paese con il  gregge di pecore e capre e
vendevano il loro latte,mungendolo alla presenza degli acquirenti. Nutrimento indispensabile, in tutto l'arco dell'esistenza, poiché in un litro di latte è concentrato un quantitativo di calcio pari a quello che fornirebbero47 uova, 900gr. di fagioli, 75 kg. di pasta o 9 kg. di pane. Inoltre il latte contiene degli aminoacidi che il nostro organismo non è in grado di fabbricare da sé. L'alto contenuto di triptofano, un aminoacido che stimola la secrezione della serotonina, l'ormone regolatore del sonno, fa sì che una tazza di latte bevuta prima di andare a dormire, favorisca un buon riposo. Ma se il latte è rilassante, un suo derivato, la ricotta fermentata per sei mesi, la gustosa
“recòtte asckuànte” è considerata uno straordinario eccitante. Si racconta che Casanova, capitato nel Meridione d'Italia, per fare nuove esperienze, assaggiò la ricotta forte e rimase entusiasta dei risultati ottenuti “nell'esercizio dei sensi”che, nelle sue memorie,asserì che aveva rappresentato “ la
più importante occupazione della sua vita” Una volta partito,ne portò via una consistente quantità “per uso personale”. Nella nostra tradizione gastronomica, la ricotta forte viene utilizzata per condire la pasta con i legumi, le minestre di farro con il sugo di pomodoro fresco, spalmata sulle fette di pane arrostito, sulle focacce bollenti, nei panzerotti con il solo pomodoro fresco. Con il latte di bufale,(introdotte in Italia dai Longobardi nel VI sec.) si ottengono delle saporite mozzarelle, lat-
cini di preparazione molto antica,anche se la prima citazione di esse con il nome di “mozza” risale solo al 1400. Essendo facilmente deperibili, il loro consumo, in passato, era limitato alle sole aree di produzione, ma con la diffusione di mezzi più celeri di comunicazione, si diffusero ampiamente. Con la bonifica delle zone acquitrinose, indispensabili per la sopravvivenza di questi animali, concentrate nelle cosiddette “Bufalarie”, le mozzarelle di bufale sono diventate rare nel nostro territorio,ma sono state degnamente sostituite da quelle a base di latte di mucca, denominate “fiordilatte” vero fiore all'occhiello della nostra produzione artigianale. Le mozzarelle vengono prodotte in varie forme: rotonde, a treccia, a nodini, a ciliegine, se immerse nella panna fresca vengono denominate “burrate”. Si trovano sempre, fresche di giornata e prodotte con latte locale.
Altri latticini freschi sono le “scamorze” che si ottengono adottando la stessa lavorazione delle mozzarelle, ma elevando la temperatura del latte prima di aggiungere il caglio, perché la pasta diventi più compatta. Le provole affumicate sono delle mozzarelle che vengono esposte al fumo di legna d'olivo finché non diventano quasi marrone esternamente e all'interno color avorio. C'è poi
una serie di provoloni che si ottengono lavorando, a differenti temperature  e con diversi accorgimenti, la pasta cagliata. Si sottopongono a diversi tipi di stagionatura e si ottengono provoloni dolci, piccanti e semi piccanti. Il caciocavallo, più compatto rispetto al provolone, ha forma allungata con una strozzatura, che termina con una testa tondeggiante. Legati a coppia con un filo di paglia, sostituito attualmente da uno di plastica, vengono messi ad asciugare “a cavallo” di
un bastone  da cui, pare, derivi il nome di caciocavallo. Piuttosto rare, ma ancora prodotte su ordinazione, sono le manteche, costituite da un involucro di pasta di provolone in cui s'inserisce una palla di burro fresco e si richiude come il caciocavallo, con una strozzatura sormontata da una testa tondeggiante. Innumerevoli sono le pietanze che si possono preparare con questa grande varietà di formaggi. Con il loro sapore semplice e schietto sono capaci di unire, in una sola vivanda gli elementi necessari alla salute con un sapiente accordo di sapori alle spalle del quale una tradizione consolidata garantisce quanto di meglio ci si possa aspettare. Nel pasto  più semplice, come nel più raffinato, non dovrebbe mai mancare un pezzo di formaggio. Il gastronomo francese James de Coquet sostiene che “ un pasto senza formaggio è come una bella donna con un occhio solo”. Un
discorso a parte merita  il cacioricotta, un formaggio fresco dal sapore ineguagliabile, sia mangiato fresco che grattugiato su orecchiette e cavatelli al pomodoro  aromatizzato dal basilico. Sciogliendosi, a contatto con la pasta bollente, si trasforma in una specie di besciamella dal gusto fresco e delicato. Esso rappresenta il nostro prodotto  tipico  più antico e più pregiato, che andrebbe  fatto conoscere  e valorizzato al meglio, come alimento identificativo del nostro territorio. 

Domenica Terrusi

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