sabato 7 giugno 2014

L’ulivo: Albero maestro della Storia (Parte II )



La coltura è diffusa dalle coste alle pendici collinari della Puglia,, malgrado il terreno sia prevalentemente
sassoso e povero di humus. Affondando le sue radici, in profondità e per larghi tratti, anche durante il
periodo estivo l’ulivo non secca mai. II clima mite, i venti non troppo forti, l’adattabilità alle piogge
piuttosto scarse hanno permesso a questa pianta  di  prosperare rigogliosamente. Fino  al crepuscolo del
Medioevo, l‘area della Murgia era caratterizzata da  un ambiente silvo-pastorale, mentre il Tarantino era
contrassegnato dalla    presenza di uliveti, giardini e vigneti, già decantati nel  mondo antico. Fu
l’olivicultura, con le sue ricadute sul commercio, a dare impulso all’economia di Terra d’Otranto ed a
costituire una copiosa fonte di ricchezza, nonostante le ricorrenti crisi ed i conflitti.
Il  colono  pugliese, con un lavoro continuo e sofferto,  è riuscito a strappare al suolo pietroso lo spazio per
far fruttificare e coltivare  gli ulivi con vera passione:  li pota con arte derivante da una secolare esperienza,  
li concima con fertilizzanti adatti, li sarchia ripetutamente  e rimpiazza con piante nuove  quelle divenute
improduttive. S’ingegna, in tutti i modi, per  contendere  alla rapacità dei tordi, ghiotti di olive , i frutti
preziosi  che la natura ed in suo lavoro  gli concedono. In passato,  con  l’ausilio di rumori fragorosi, ottenuti
nei modi più svariati e con urla che toglievano la voce,” chìdde ca gredàvene e stùrne” attraversavano in
lungo e in largo, dalla mattina alla sera, gli uliveti, nello  strenuo tentativo di allontanare enormi stormi di
uccelli che calavano sulle piantagioni e  minacciavano  di sterminarne i raccolti.
Ampiamente diffusa è la superficie olivetata associata a mandorli, soprattutto nel Barese, per cui un quarto
dell’olio italiano è prodotto in Puglia. La Toscana e la Liguria, rinomate per la loro produzione olearia, hanno
estensioni molto più ridotte. La vastità dell’area coltivata a oliveti ha portato, attraverso i secoli, ad una
differenziazione delle varietà  meglio adatte alle condizioni climatiche delle varie zone,per cui gli oli pugliesi
non sono uguali in tutta la regione. In passato, nell’agro tarantino,erano diffuse le varietà : “dulge, pezzùte,
pasòle, ceddìne,spagnòle, a cerèse, ‘nchiàstre, senza pène” Da quest’ampia varietà di olive, dalla composi-
zione del terreno, dalle specifiche condizioni ambientali e climatiche vengono determinati il sapore, il
profumo e la corposità del’olio extra vergine.
Alcuni  hanno ritenuto opportuno compilare la carta degli oli per esaltarne la diversità  e orientarne
l’utilizzo. L’olio d’oliva è l’unico ottenibile mediante la semplice spremitura dei frutti. Gli altri oli alimen -  
tari vengono ottenuti facendo reagire chimicamente la pasta dei semi triturati. E’ la differenza del proce –
dimento produttivo, che assicura  all’olio d’oliva una superiorità inattaccabile. 
In genere, negli uliveti, è  vietato seminare piante erbacee, tranne le fave e i piselli, risparmiando la  zona
corrispondente alla proiezione della chioma delle piante. Si praticano due o tre arature all’anno e si potano
ad anni alterni, tra marzo e aprile, eliminando  i rami non fruttiferi del tronco:” i sopacavàdde” e quelli
improduttivi ,che crescono alla base delle piante:”i lupàcchj”. Il metodo di raccolta ha grande influenza
sulla qualità dell’olio. Mentre , in passato e come avviene ancora in alcune regioni, le olive si raccoglievano
da terra  quando, già mature, erano cadute,in Puglia  si raccolgono, salendo su scale e strappando le olive
che cadono su teli di canapa o di plastica. I proprietari terrieri, per destare l’emulazione tra le raccoglitrici,     
per lo più ragazze, offrivano piccoli compensi a chi riempiva prima il paniere. In alcuni casi veniva ricono-  
sciuto alla vincitrice il diritto di fare “ I jattìgne”: sporcare di terra la faccia delle compagne  meno svelte.
 I gruppi di ragazze, impegnate nella raccolta delle olive, erano diretti dalle caporali, donne più  grandi
 d’età  ed esperte nel lavoro. Erano loro che sceglievano le operaie, stabilivano il numero di raccoglitrici    
per  ogni albero,  sceglievano chi doveva raccogliere le olive intorno al tronco e chi dalla parte esterna,    
dove erano più rade. Erano loro che  stabilivano chi adibire al lavoro di carico e scarico, erano loro che     
chiamavano le donne a svuotare il paniere e controllavano la quantità del prodotto raccolto.   Erano loro
che imponevano il ritmo di lavoro secondo un classico rituale. La giornata iniziava con una collettiva  
invocazione al Signore : ” A Nòme de Ddìj!” con  un segno di croce e immediatamente dopo,iniziava  la
raccolta. A metà paniere la caporale sollecitava le donne con la frase: “ Uagnè ,assuzzète u panère!”.
Quando il suo paniere era pieno,scattava l’ordine. “ A sdevachè!” Se qualche donna non riusciva a riempire
in tempo il suo paniere, specialmente  quando il freddo intorpidiva le mani , scuoteva il paniere dal basso in
alto per dare l’impressione di un maggiore quantitativo di olive, oppure veniva aiutata da qualche operaia
più svelta. Riuscire a tenere il ritmo di raccolta, imposto dalla caporale,  dava diritto alla qualifica di
raccoglitrice e, quindi, alla paga intera.
Le ragazze cominciavano, in tenerissima età, il faticoso lavoro della raccolta delle olive, tanto che alcune
non riuscivano  a sollevare il paniere pieno, quando dovevano svuotarlo. Alla paga intera  non si arrivava
prima di cinque anni di apprendistato, comunque era la caporale che decideva  quando  concedere la
qualifica di raccoglitrice provetta.           
Era alla caporale che venivano consegnate le paghe destinate alle operaie ed era lei che concedeva dilazioni  
di pagamento al padrone, fino alla vendita delle olive raccolte. Attualmente, alle varietà monumentali si
vanno sostituendo ulivi di dimensioni più contenute, più facili da potare e che consentono una raccolta     
più agevole, anche se gran parte  delle olive vengono sgrappolate ,ricorrendo alle macchine vibratrici,
 che hanno largamente sostituito la manodopera femminile. Le olive vengono  trasportate nei frantoi
 per   la molitura e, dopo un preventivo lavaggio  non previsto in passato, vengono versate in apposite
vasche,ove pesanti macine le riducono in poltiglia.



Domenica Terrusi

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