sabato 7 giugno 2014

L’ulivo: Albero maestro della Storia (Parte III )



In passato le macine erano mosse dalla forza animale di asini o muli. La spremitura delle paste si effettuava
in fiscoli di giunco  ed ancor prima di pelo di capra, adoperando torchi a vite, sostituiti ora da presse
idrauliche. Il complesso sistema di macinatura e spremitura delle olive esige tempi rapidi di realizzazione.
 In passato, non potevano essere soddisfatti, trasportando il prodotto in paese, sia per i costi derivanti
dal trasferimento dei carichi, molto lento e oneroso, sia per la deperibilità dei frutti.
Per questo motivo, nelle campagne, sorsero i “trappeti”: articolati laboratori di lavorazione e trasforma-
zione delle olive. Per lo più ipogei, rappresentano dei manufatti di origine antichissima, a giudicare dalla
prevalente etimologia greca della denominazione dei lavoranti e di alcune strumentazioni in essi impiegate.
La  parola “trappeto” deriva da trepo = torcere; nagghjìre, il sovrintendente dei lavori  nel frantoio, da nau-
xleros;  l” àngele”, buca in cui cola  l’olio pressato dai fiscoli da “aggheion” ;  “ u crescetùre”   era una
brocca di latta per attingere l’olio dagli “angeli”;  “ a quàrta” un recipiente della capacità di 21 litri;  “ a can-
nète”  un recipiente della capacità di 9 litri; “ i  matutìne”  piattaforme di pietra su cui  si poggiavano i
fiscoli;  “ i pasturèdde” cordicelle di varia lunghezza, di pelo caprino o di canapa per  legare i fiscoli; “ a
màppe” di rame, un piccolo piatto, di forma conica, usato con molta abilità dal “ nagghjìre” per raccogliere
dalla morchia l’ultimo e sottilissimo velo di olio;  “ a munacèdde” vite senza fine che terminava con la
cosidetta “ chèpe de mòrte”; “ a palòmme”  la parte superiore del torchio,ruotante intorno alla vite senza
fine; “ i fresèdde”  dischi metallici, che venivano sistemati sotto  “a palòmme”.
I trappeti   sono  nati probabilmente  nel periodo ellenista e romano, attestati spesso  archeologicamente 
e già indicati  in documenti  risalenti al XII sec.  In Palestina, anticamente , l’olio veniva ottenuto in vario
modo; quello più  raffinato proveniva  dalle olive pestate in un mortaio e poi pressate in una cesta con una
pietra  pesante.
 Questo modo di preparazione era il più antico e l’olio prodotto era riservato  esclusivamente  al culto  ed
usato a scopo terapeutico. Una qualità meno fine di olio era ottenuta pressando le olive in un torchio.
(Giobbe XXIX, 6)    La produzione  olearia comincia a costituire un notevole fattore di ricchezza, intorno al
XII sec.  in seguito ad un forte incremento   della produzione olivicola pugliese, favorita dalla concentra –
zione  di terreni olivetati tra i beni più redditizi degli Enti ecclesiastici, donati ad essi da feudatari e comuni
cittadini. Comunque la potenzialità economica  dei mezzi produttivi, in campo oleario, perdura anche in
periodi  in cui il contesto socio –economico  subisce radicali cambiamenti .      
 I più antichi trappeti, rinvenuti sul territorio sono  scavati dall’uomo, a forza di picconi e di raspe, nella
tenera calcarenite.  Tale ubicazione non rispondeva solo ad esigenze difensive, ma garantiva il
mantenimento di una temperatura costante tra 15° e 20° c. ottimale per la lavorazione delle olive. Inoltre
venivano scavati, solitamente, nel fianco di una zona scoscesa , per favorire il deflusso e lo smaltimento
delle acque di lavorazione.  La raccolta delle olive cominciava a novembre, subito dopo i Morti, e veniva
ultimata tra febbraio e marzo, ma la molitura poteva essere protratta fino ad aprile e maggio. Nelle 
giornate  particolarmente rigide, il calore del focolare , sempre  presente nei trappeti , consentiva il
ristabilimento  della giusta temperatura interna.  
 Il posizionamento  dei torchi  sotto i soffitti rocciosi  si rendeva necessario  perché quegli  strumenti di      
spremitura imprimevano ai fiscoli una notevole spinta verso il basso , bilanciata da una controreazione           
dal basso verso l’alto che, solo la robusta struttura della roccia  poteva sostenere.    
Sebbene la sapienza costruttiva dei nostri antenati avesse elaborato un così organico sfruttamento delle
peculiarità geologiche del nostro territorio, si rendevano necessari continui lavori di manutenzione e di
consolidamento dei trappeti  per evitare crolli e infiltrazioni di acqua  dalle aperture del soffitto, indispen-
sabili per l’Immissione delle olive e l’eliminazione dei fumi.
Con la venuta, in provincia di Bari, nel 1815, dell’esportatore nizzardo Pietro  Ravanas, furono introdotte
nuove strumentazioni, tra cui la doppia macina e la pressa idraulica, che decretarono la fine  di gran parte
del  lavoro  manuale nei frantoi e la necessità di ambienti  più illuminati e aerati oltre che più stabili, nelle
strutture. I frantoi ani,  fino a quel momento, erano stati sottoposti ad un ciclo lavorativo continuo, con
turnazione dei vari addetti , che non osservavano pause, venendo impiegati pure  in occasione di festività 
religiose importanti, quali Natale, Epifania, Pasqua, tranne il giorno dell’Immacolata, loro protettrice.
In seguito a queste innovazioni potettero ottenere orari di lavoro meno protratti e soprattutto delle pause
lavorative, precedentemente impensabili
Da un quintale di olive sane e di buona qualità si può ottenere un quantitativo di olio che varia da 14 a 18-
20 Kg  di olio  a seconda del grado di maturazione, dell’annata e della provenienza delle olive.
La separazione dell’olio dalle acque di vegetazione, in passato, avveniva  con taglio a mano o per
decantazione, attualmente  attraverso appositi separatori  centrifughi . L’olio, separato dalle acque di
vegetazione o centrifugato, viene conservato in capaci recipienti cilindrici di latta o di acciaio inossidabile,
denominati “zirri”.Dalle acque di vegetazione e dai fondi dei recipienti utilizzati per la decantazione, si
ottiene il cosidètto “olio d’inferno” o lampante, utilizzato per  l’illuminazione. Dalla sansa vergine, ricavata
dalla spremitura delle olive fresche, dopo due pressioni nei fiscoli, si ottiene ancora dell’olio, il cosiddetto
olio di sansa, commerciabile solo se non supera un massimo di acqua e d’impurità del  6%.
La sansa esausta, dopo aver subito un ulteriore processo di estrazione di olio, con diversi solventi tra cui il
solfuro di carbonio e  la trielina, si usa come combustibile.    
Alla fine della campagna olearia, “ u nagghjìre” riceveva dell’olio nella misura decisa dal proprietario del
frantoio, quale riconoscimento della diligenza mostrata  durante  il ciclo lavorativo. Nel periodo di
lavorazione delle olive, veniva concesso a lui ed agli altri frantoiani solo l’olio per condire la minestra
consumata nel frantoio, consistente in fave ed orzo  accompagnati da pane e vino.

A fève jàpre a vìj  e l’amènele fèsce l’alìj  : Le fave preparano il terreno adatto all’impianto degli uliveti e i mandorli ne favoriscono lo sviluppo.
L’alìj chiù pènne e chiù rènne:  Le  olive più maturano e più producono olio
Fìche e alìj  cuègghjle tùtte i dìj , ci vuè pèrde a fatìj:  Se non vuoi vanificare la fatica ,i fichi e le olive vanno raccolti tutti i giorni.
A Sanda Catarìne trèse l’uègghj jìndr’a l’alìj: A Santa Caterina da Siena (30 aprile) le olive cominciano a formarsi
A dìj da Sanda Cròsce, ci vìte l’alìj fàtte a cròsce: Se nel giorno della Croce (3 maggio) le olive non le vedi, il raccolto è perso
L’acque de giùgne arruvìne de mùnne: alìj e trappìte, castàgne e furne: L’acqua di giugno rovina ogni cosa : non lascia né olive per il lavoro nei frantoi, né castagne da arrostire.
L’acque d’ajùste tùtte uègghj e tùtte mùste: L’acqua di agosto si trasforma tutta in olio e mosto
Ci chiòve d’ottobbre,u trappìte alla luègne : Se piove in ottobre, il lavoro nei frantoi dura a lungo
Passète Sanda Catarìne,l’alìj accuègghjle: vjìrde o nère:  Dopo Santa Caterina le olive vanno raccolte: verdi o nere
A Sanda Lucìj s’accògghjne l’àrve d’alìj demmjìnze a vìj: A Santa Lucia si raccolgono le olive degli alberi che crescono  lungo le strade.

Domenica Terrusi

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