Qualcuno sostiene che i paesi del Mediterraneo siano
riconoscibili per la presenza continua degli ulivi, da
quelli pugliesi, di forma ciclopica, agli olivi ornamentali
e ricchi di fogliame della Grecia, a quelli bassi e poco
frondosi nelle radure infinite del Magreb. L’ulivo è
l’albero più fruttifero del Mediterraneo, ma anche quello
più caratteristico, prescelto dai climatologi per definire
il clima tipico di una vasta area della zona
temperata. La sola pianta viva nell’estate, oltre la vigna,
che ha favorito gli incontri tra i
popoli rivieraschi
con il commercio del prezioso liquido ambrato, fonte di
luce,ricchezza delle mense, balsamo dei corpi,
estrema unzione dell’anima nel viaggio verso l’al di là.
L’ulivo è perciò uno dei pochi alberi indigeni del
Mediterraneo, la pianta più antica e più utile. Benché
derivante dall’Oriente , il maggior concentramento
dell’ulivo è avvenuto nell’Ovest, nelle tre grandi penisole
europee e nei territori settentrionali
dell’Africa.
Avversità di clima e di composizione del terreno hanno
gradualmente escluso l’ulivo dai paesi
asiatici,
concentrandolo nei paesi occidentali, dove minori sono gli
sbalzi di temperatura, più regolari le
precipitazioni atmosferiche, meglio curati gli alberi nella
tecnica di coltivazione e di produzione. Seguendo
le migrazioni fenicie e greche l’ulivo, da Cipro e dalle isole
egee, si estese alla Grecia e in tutte le colonie
fenicie e greche. Verso la fine dell’età romana
repubblicana, l’ulivo coltivato aveva raggiunto la sua
massima espansione , raggiungendo le dimensioni del territorio imperiale di Roma. E’ tuttora
oggetto di
dibattito l’epoca della comparsa in Europa. Si è ammesso che
la culla dell’ulivocultura siano state
la Siria e
la Palestina, l’antico paese dei Filistei che, nei tempi
lontani, figura come straordinariamente ricca di uliveti
( Fisher) e che sia stata diffusa in Occidente dai Greci
migratori. Ma l’ipotesi più accreditata è che la
diffusione dell’ulivo sia stata principalmente opera dei
Fenici, fin dai tempi pre-omerici. Presso questo
popolo di trafficanti si riteneva che l’introduzione dell’olio d’oliva, definito - oro
liquido – fosse opera di
Mercurio , dio dei commerci.
Nell’antichità l’olio era ritenuto un insostituibile genere
di prima necessità, perciò oggetto di transazioni
fiscali, sotto forma di decime e di tributi, imposti dai
vincitori ai vinti. Dal punto di vista delle colture, esse
risalgono, comunque, ai Babilonesi, agli Egiziani, ai Fenici ed agli Ebrei.
Risale ad Hammurabi lo scritto più antico, che parla di olio
d’oliva, del suo commercio e delle sue
sofisticazioni.
Lontane tradizioni hanno segnalato la presenza di ulivi negli altipiani
desolati dell’Armenia,
da dove la colomba tornò con un ramoscello della pianta
all’arca di Noè, salvata dal diluvio.
Gli Egiziani usavano olio di varie origini: di rafano, di
sesamo,di gramigna, di ricino, di cartamo ecc. Soltanto
dopo la XVIII
dinastia, verso il 1400 a.C., fu
introdotto l’uso dell’olio d’oliva che, però, rappresentava
sempre una costosa rarità. L’importazione avveniva
dall’Attica ed è documentato che Platone, nel suo
viaggio d’istruzione in Egitto,portò un carico d’olio
d’oliva per compensare i sacerdoti di Eliopoli, che gli
avevano comunicato cognizioni filosofiche da lui ignorate.
E’ verosimile che gli
Etruschi abbiano conosciuto prima dei Romani la pianta dell’olivo e
l’uso dell’olio, dato
lo sviluppo dei commerci con il mondo fenicio e greco,
tuttavia l’olivicoltura venne introdotta successiva-
mente.
L’olio era un prodotto d’importazione, quando già la vite
prosperava diffusamente in Toscana, al
tempo degli Etruschi. Ma Plinio ritiene che la diffusione della pianta dell’ulivo sia
avvenuta, sotto Tarquinio
Prisco, un re etrusco. Sembra che la prima regione che in Italia
accolse l’ulivo fu la Sicilia celebre
per gli uliveti di Agrigento, mentre ai tempi della Magna
Grecia erano famosi gli uliveti di Crotone, in
Calabria. In questa città, nel V sec. A. C. furono coniate due monete con rami d’ulivo.
Dal Sud verso il Nord
l’olivicoltura risalì poi la penisola. Presso i Romani
l’olio d’oliva era molto apprezzato e si
vendeva a
carissimo prezzo. I mercanti, che ne facevano commercio, si
riunivano nel Velabro, presso l’Aventino, e si
accordavano per la vendita a prezzo esorbitante, da ciò il
proverbio di Plauto. “”In Velavre olearii” per
indicare persone che
si accordavano per agire disonestamente o per cospirare. Comunque
l’olio era
considerato più un lusso che un prodotto necessario alla
vita di tutti i giorni. Secondo Plinio ne era vietato
l’uso come
combustibile. SI riteneva che il legno
d’ulivo, resistente a qualsiasi agente distruttivo, fosse tra i
più durevoli nel tempo. Le statue degli dei si facevano di
legno d’ulivo, per significare la bontà
che è
propria degli dei. La
clava di Ercole come quella di altri eroi
e come gli scettri dei re erano tradizionalmente
fatti di ulivo selvatico. L’ulivo era anche considerato
simbolo di fecondità e di rinascita . Il talamo di Ulisse
era stato costruito dall’eroe su un antico ulivo e la conoscenza
di questo segreto nuziale fu tra i segni
che
convinsero Penelope dell’identità del marito
L’arbusto dell’ulivo
comprende due grandi gruppi: quello selvatico degli oleastri ( olea oleaster o
silvestris )
e il gruppo degli ulivi coltivati (olea sativa) con drupe polpose, commestibili (se addolcite) e capaci di pro-
durre oli per l’alimentazione, l’illuminazione, la
lubrificazione,la cosmesi ed altri usi.
L’olea sativa e
l’olea selvatica discendono dall’olea proxima, rinvenuta allo stato fossile nei
terreni
ecocenici di Aix, nel
centro-sud della Francia, nei terreni pliocenici di Mongardino presso Bologna e
nelle
stazioni neolitiche
di El Gareel nella Spagna. Tutti questi
resti fossili presentano le
caratteristiche dell’ulivo
diffuso attualmente. In talune regioni l’olio d’oliva ha
potuto mantenere sempre la sua posizione ed il suo
primato economico : in Tunisia, in Grecia, nella Spagna,
nella Puglia, nella Calabria, l’economia degli abitanti
è ancora, in parte, legata all’andamento della produzione
olearia.
Domenica Terrusi
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