Il sentimento mistico, che gli uomini nutrono verso la propria madre, ha reso la maternità il nucleo centrale della vita di una donna che, nel tempo dell’attesa, si vede circondata da particolari attenzioni e premure da parte del clan familiare. In passato, il parto avveniva sempre in casa, con l’assistenza di una levatrice “ a mammère” o di qualche donna esperta; tutto si svolgeva alla presenza della madre della puerpera, della suocera e di altre parenti già sposate ( quasi in pubblico), ma il marito non era ammesso. Quando le vicine cominciavano a percepire i lamenti della donna che stava per partorire, si affacciavano sulla porta di casa o dalle finestre, si passavano la voce e insieme pregavano e invocavano sant’Anna, protettrice delle partorienti. Un’antica tradizione, non da tutti confermata, riferisce che, quando un parto si presentava particolarmente difficile, qualche donna correva nella cappella del Crocifisso, in Cattedrale, staccava un capello dalla chioma di Gesù morto e lo poggiava sul ventre della partoriente per agevolarne il parto. Non era infrequente che qualche donna partorisse in campagna, sotto un albero, specialmente se primipara, perché:”A premaròle tu fèsce quànne vòle”. Era assistita amorevolmente da una contadina esperta, mentre le compagne, continuando il lavoro, pregavano perché il parto avesse buon esito. Grande emozione suscitava la nascita di un bambino avvolto nella placenta, era“nato con la camicia” e sarebbe vissuto immune da pericoli. Un pezzo di questa “camicia” fatta seccare veniva dato come portafortuna ai soldati, che partivano per la guerra, anche il cordone ombelicale, conservato appeso al soffitto, sotto il tetto di canne, vicino ai camini, era usato come talismano. Appena nato, il bambino veniva lavato con acqua tiepida e vino, per fortificarlo. Poi era vestito con camiciole di cotone a diretto contatto con la pelle, sopra con roba più calda e avvolto in appositi panni: “a ‘mbassatùre”. Si trattava di panni di diversa consistenza, di forma quadrata o rettangolare, e disposta secondo un ordine ben preciso. Sulla fascia, larga circa 15 cm e lunga un metro e mezzo, srotolata un poco, si poggiava “a cutrèdde” un panno rettangolare piuttosto rigido, che veniva rimboccato all’estremità inferiore, sopra due “spàrne” di cotone, quadrati e a trama fitta, poi due pannolini di percalle sottile, uno aperto e l’altro piegato in quattro e sistemato tra le gambe del neonato per raccogliere le feci e la pipì. Dopo essere stato avvolto in questi panni, il bambino veniva circondato dalla fascia, disposta a spirale, per cui il bambino assumeva l’aspetto di una pupattola e spesso non gli venivano lasciate libere neppure le braccia. Infine veniva infilato in un sacchetto, spesso ricamato, che copriva la fasciatura; completava l’abbigliamento una cuffia “ a scùffj” in testa, fermata sotto il mento con dei nastrini. A questo tipo di fasciatura le donne anziane attribuivano il merito delle gambe dritte e la prevenzione della slogatura delle vertebre, la cosiddetta “spaddatùre”. Nel caso si verificasse, donne esperte la curavano massaggiando delicatamente la spina dorsale del bambino, poi cercavano di far combaciare il piedino destro con la manina sinistra e il piedino sinistro con la manina destra, infine si prendeva il neonato con i piedini e si teneva un po’ a testa in giù.
Domenica Terrusi
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