sabato 7 giugno 2014

LA LUNGA STORIA DELL’ULIVOCULTURA :TRA SVLUPPO E MARGINALITA’ (Parte I)



A  partire dal neolitico ( VI – III millennio a.C.), nel nostro territorio,prevalse una diffusa cerealicoltura ,che richiedeva ampi spazi ,la cui fertilità non era riproducibile. Forse in seguito ad epidemie e guerre , nel II millennio , si affermò l’allevamento del bestiame, riducendo sensibilmente le aree coltivate. Quando nell’Viii sec.  a. C  arrivarono i Greci , essi introdussero un’economia più complessa ed articolata ,con l’impianto di vigneti, uliveti, giardini e pascoli, anche se ridussero il manto boschivo a cui essi  stessi riservavano un importante ruolo cultuale, quello del bosco sacro. Fu in questo periodo che si diffusero estesi uliveti  che, in breve tempo assunsero l’aspetto di boschi verdeggianti e recintati per evitare lo sconfinamento di animali antagonisti. Anche quando ,nel tardo impero, si diffuse la pastorizia transumante,la coltura dell’ulivo resistette e rappresentò una voce importante dell’economia ocale.Purtroppo , con la caduta dell’impero romano, le campagne e i boschi divennero zone ingovernabili , perché infestate dai briganti. Per necessità di sopravvivenza ,l’utilizzazione dei boschi e della vegetazione spontanea, assunsero un ruolo fondamentale. Gli ulivi,anche se trascurati nella coltivazione e nella potatura, continuarono a  produrre limitati quantitativi di olio,molto richiesti sul mercato  ad integrazione dei grassi animali, specialmente quello dei suini, di cui era sostenuto l’allevamento con l’incremento dei querceti, spesso ripiantati per sopperire alla penuria di legname, di ghiande e soprattutto  di tannino, per la concia delle pelli. Seguì, per circa tre secoli, a partire dalla fine del X sec. una vasta opera di bonifica e di dissodamento delle terre paludose ad opera dei monaci  greco- basiliani  ed una notevole crescita economica e demografica. In questo periodo la diffusione della coltura olivicola si estese notevolmente, In parchi e chiusure ben protette  A partire dal XVI sec,, sulla scia dell’aumento dei prezzi del grano e della lana , venne incrementato l’allevamento , così la pecora scacciò il contadino dalla campagna, favorendo la vegetazione spontanea, a danno delle colture specializzate. Fu questa l’epoca della Mena delle pecore, del-la transumanza e dell’incremento del prezzo dell’olio, il cui quantitativo diventava  sempre meno adeguato all e richieste di mercato. di mercato. In questo periodo cominciò a farsi strada la prima generazione di una borghesia agraria costituita da membri del patriziato storico e da diversi “nomine novi” tra cui gli Ungaro, i Todisco,  i De Raho,i Giovinazzi e molti altri , che seppero inserirsi nella speculazione fondiaria, specializzan- dosi negli uliveti, elementi basilari delle riserve signorili. Terre vergini ,fino allora marginalizzate, perché afflitte da impaludamenti e malaria, vengono dissodate e messe a coltura con la messa a dimora di piante legnose, tra cui prevale l’ulivo. Dopo il Concilio di Trento, in seguito alla bolla di Pio V “De censubus” molte terre appartenenti a varie istituzioni religiose vengono concesse in enfiteusi perpetua per essere messe a coltura, dietro un compenso, inizialmente in natura e , in seguito, in danaro. Mancando la conoscenza  di tecniche adeguate   alla conservazione della fertilità del terreno , si era sempre alla ricerca di nuove terre, per sostituire quelle esauste, per cui si usurpavano patrimoni demaniali ed ecclesiastici, operando disboscamenti e smacchia menti, con grave danno per il patrimonio boschivo. Un po’ dappertutto si diffuse la pratica d’innestare la pianta gentile d’ulivo sugli olivastri, a partire dalla fine del ‘600 fino all’inizio dell’800,con la conseguenza di una drastica riduzione di legname e della pratica diffusa dell’utilizzo della legna d’ulivo, per mancanza di combustibile. Carlo di Borbone dovette intervenire con “banni” emanati nel 1735, nel 1749, nel 1759, contro il disboscamento incontrollato. Giuseppe Bonaparte istituì, nel 1811, la“Direzione delle acque e delle foreste”per disciplinare la gestione dei boschi dello Stato e dei Comuni e, con la collaborazione di Vincenzo Cuoco  e Gregorio Lamanna , promosse il rimboschimento per ripristinare l’equilibrio territoriale. L’eversione della feudalità rese disponibili  vasti territori, prima sotto il controllo dei feudatari.  Ma Il sistema di “conciliazioni, adottato dal governo postunitario consentì, agli usurpatori di entrare in possesso delle terre indebitamente occupate, con la scusa dei miglioramenti fondiari . Il decreto del 17 gennaio 1863, che depenalizzava il reato fiscale,consentì la messa a coltura di vasti territori boscosi Anche questo periodo fu segnato da  un incremento della olivicoltura, ma lo spazio maggiore fu riservato all’impianto di vigneti ,per sopperire alla distruzione delle vigne francesi, attaccate dalla fillossera. Negli anni  1880 – 1920 si determinò una vera corsa alla vite per rispondere alle nuove richieste del mercato europeo.  La situazione prodottasi in quegli anni è rimasta stabile fino agli anni 50 -60, in seguito la coltivazione dell’olivo ha subito un graduale depauperamento che, attualmente, malgrado un certo risveglio d’attenzione,   vive ancora un periodo di degradata dignità, che ha permesso la distruzione o l’espianto di alberi secolari da reimpiantare nelle ville signorili del Nord.  

Domenica Terrusi

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