A partire dal
neolitico ( VI – III millennio a.C.), nel nostro territorio,prevalse una
diffusa cerealicoltura ,che richiedeva ampi spazi ,la cui fertilità non era riproducibile.
Forse in seguito ad epidemie e guerre , nel II millennio , si affermò
l’allevamento del bestiame, riducendo sensibilmente le aree coltivate. Quando
nell’Viii sec. a. C arrivarono i Greci , essi introdussero
un’economia più complessa ed articolata ,con l’impianto di vigneti, uliveti,
giardini e pascoli, anche se ridussero il manto boschivo a cui essi stessi riservavano un importante ruolo
cultuale, quello del bosco sacro. Fu in questo periodo che si diffusero estesi
uliveti che, in breve tempo assunsero
l’aspetto di boschi verdeggianti e recintati per evitare lo sconfinamento di
animali antagonisti. Anche quando ,nel tardo impero, si diffuse la pastorizia
transumante,la coltura dell’ulivo resistette e rappresentò una voce importante
dell’economia ocale.Purtroppo , con la caduta dell’impero romano, le campagne e
i boschi divennero zone ingovernabili , perché infestate dai briganti. Per
necessità di sopravvivenza ,l’utilizzazione dei boschi e della vegetazione
spontanea, assunsero un ruolo fondamentale. Gli ulivi,anche se trascurati nella
coltivazione e nella potatura, continuarono a produrre limitati quantitativi di olio,molto
richiesti sul mercato ad integrazione
dei grassi animali, specialmente quello dei suini, di cui era sostenuto l’allevamento
con l’incremento dei querceti, spesso ripiantati per sopperire alla penuria di
legname, di ghiande e soprattutto di
tannino, per la concia delle pelli. Seguì, per circa tre secoli, a partire
dalla fine del X sec. una vasta opera di bonifica e di dissodamento delle terre
paludose ad opera dei monaci greco-
basiliani ed una notevole crescita
economica e demografica. In questo periodo la diffusione della coltura
olivicola si estese notevolmente, In parchi e chiusure ben protette A partire dal XVI sec,, sulla scia
dell’aumento dei prezzi del grano e della lana , venne incrementato
l’allevamento , così la pecora scacciò il contadino dalla campagna, favorendo
la vegetazione spontanea, a danno delle colture specializzate. Fu questa
l’epoca della Mena delle pecore, del-la transumanza e dell’incremento del
prezzo dell’olio, il cui quantitativo diventava sempre meno adeguato all e richieste di
mercato. di mercato. In questo periodo cominciò a farsi strada la prima
generazione di una borghesia agraria costituita da membri del patriziato
storico e da diversi “nomine novi” tra cui gli Ungaro, i Todisco, i De Raho,i Giovinazzi e molti altri , che
seppero inserirsi nella speculazione fondiaria, specializzan- dosi negli
uliveti, elementi basilari delle riserve signorili. Terre vergini ,fino allora
marginalizzate, perché afflitte da impaludamenti e malaria, vengono dissodate e
messe a coltura con la messa a dimora di piante legnose, tra cui prevale
l’ulivo. Dopo il Concilio di Trento, in seguito alla bolla di Pio V “De
censubus” molte terre appartenenti a varie istituzioni religiose vengono
concesse in enfiteusi perpetua per essere messe a coltura, dietro un compenso,
inizialmente in natura e , in seguito, in danaro. Mancando la conoscenza di tecniche adeguate alla
conservazione della fertilità del terreno , si era sempre alla ricerca di nuove
terre, per sostituire quelle esauste, per cui si usurpavano patrimoni demaniali
ed ecclesiastici, operando disboscamenti e smacchia menti, con grave danno per
il patrimonio boschivo. Un po’ dappertutto si diffuse la pratica d’innestare la
pianta gentile d’ulivo sugli olivastri, a partire dalla fine del ‘600 fino
all’inizio dell’800,con la conseguenza di una drastica riduzione di legname e
della pratica diffusa dell’utilizzo della legna d’ulivo, per mancanza di
combustibile. Carlo di Borbone dovette intervenire con “banni” emanati nel
1735, nel 1749, nel 1759, contro il disboscamento incontrollato. Giuseppe
Bonaparte istituì, nel 1811, la“Direzione delle acque e delle foreste”per
disciplinare la gestione dei boschi dello Stato e dei Comuni e, con la
collaborazione di Vincenzo Cuoco e
Gregorio Lamanna , promosse il rimboschimento per ripristinare l’equilibrio
territoriale. L’eversione della feudalità rese disponibili vasti territori, prima sotto il controllo dei
feudatari. Ma Il sistema di
“conciliazioni, adottato dal governo postunitario consentì, agli usurpatori di
entrare in possesso delle terre indebitamente occupate, con la scusa dei
miglioramenti fondiari . Il decreto del 17 gennaio 1863, che depenalizzava il
reato fiscale,consentì la messa a coltura di vasti territori boscosi Anche
questo periodo fu segnato da un
incremento della olivicoltura, ma lo spazio maggiore fu riservato all’impianto
di vigneti ,per sopperire alla distruzione delle vigne francesi, attaccate
dalla fillossera. Negli anni 1880 – 1920
si determinò una vera corsa alla vite per rispondere alle nuove richieste del
mercato europeo. La situazione
prodottasi in quegli anni è rimasta stabile fino agli anni 50 -60, in seguito
la coltivazione dell’olivo ha subito un graduale depauperamento che,
attualmente, malgrado un certo risveglio d’attenzione, vive ancora un periodo di degradata dignità,
che ha permesso la distruzione o l’espianto di alberi secolari da reimpiantare
nelle ville signorili del Nord.
Domenica Terrusi
Nessun commento:
Posta un commento