Nel 1775, molti
proprietari di Gioia del Colle seminarono il grano nel Demanio di Marzagaglia,
in seguito alle proteste dei locati, la Dogana inviò due compassatori , che
misurarono i terreni ridotti a semina e maggesi e individuarono i nomi dei
coloni trasgressori, che furono puniti con severe ammende. Ma le usurpazioni
continuarono su ampie superfici del territorio di Castellaneta e la Regia
corte, purtroppo, si rifece della fida perduta, a spese dei locati
castellanetani.
Quando i pascoli, fino allora contestati, furono
occupati dal principe De Mari di Acquaviva – il più
Potente degli
usurpatori,secondo l’avvocato dei locati, Pietro Natale – i locati
castellanetani ricorsero ancora al
tribunale della Dogana, che non intervenne con immediatezza, come faceva con i
piccoli proprietari. Passarono secoli e le condizioni della pastorizia, nel
Tavoliere, subirono notevoli cambiamenti, poiché quest’attività non dava più i
frutti desiderati. Molti economisti suggerivano di trasformarla , sostituendo
alla pastorizia la coltura delle messi e degli alberi. Giuseppe Bonaparte,
divenuto re di Napoli, volle dare ascolto ai consigli degli economisti Giuseppe
Palmieri e Giuseppe Maria Galanti e, con il decreto del 21 maggio 1806, sciolse
tutti i vincoli e le servitù del Tavoliere, concedendo in enfiteusi perpetua le terre liberate. Ma non tutti
trovarono vantaggiosa questa trasformazione per cui Ferdinando I, ripreso il
potere di re delle Due Sicilie, annullò l’enfiteusi, disconoscendo i contratti
già stabiliti, e proibì la coltivazione delle terre salde, date a pascolo. Si
comminava una multa di 150 ducati a chi avesse dissodato le mezzane della terra
della Regia Corte. . Costituitosi il
Regno d’Italia , si cercò di risolvere una volta per tutte l’annosa
questione del Tavoliere e, dopo un vasto movimento dottrinario e legislativo,
nel 1865, fu soppresso. Le terre,
sciolte da tutti i vincoli, furono liberamente coltivate, soprattutto per la produzione del
grano, favorita dalla vicinanza al porto di Taranto, centro di raccolta e
d’imbarco del prodotto, che consentiva un intenso commercio verso Napoli. La
maggior parte delle terre demaniali fu ceduta ai grandi proprietari, a prezzi
irrisori, altre vennero usurpate e il governo postunitario, con la scusa dei
miglioramenti fondiari, attraverso le cosiddette “conciliazioni” consentì agli
usurpatori di entrare, a pieno diritto, in possesso delle terre indebitamente
occupate. A protezione degli allevamenti degli ovini, conservarono la
demanialità i tratturi, ma con il passare del tempo l’industria armenti zia
subì un grave colpo. Oggi la transumanza è ridotta ai minimi termini, poiché
molti armentari trovano meno dispendioso el trasporto degli animali, dal monte
al piano, per mezzo di carri ferroviari o di camion. Il notevole patrimonio
culturale, etnografico ed architettonico , legato alla transumanza, che tanta
influenza ha avuto sul territorio e sulla società meridionale, non andrebbe
ulteriormente trascurato e distrutto. Quel poco che rimane, va salvaguardato e
custodito gelosamente, quale testimonianza di un mondo passato. Gli ultimi
lembi di paesaggio pastorale, ricchi di diversità biologiche, qualche avanzo di
tratturo non ancora cancellato, le ultime grandi querce rifugi di ombra e di
venti per pastori e greggi, i grandi ovili, le stazioni di posta dovrebbero
confluire in una riserva naturale e culturale della transumanza, su base
regionale. Si tratta delle ultime testimonianze di una grande civiltà, quella
pastorale, di una straordinaria archeologia rurale, di tracce notevoli di
storia politica e sociale , di una ricca tradizione artigianale, quella
casearia, in molti casi, unica e inimitabile.
Domenica Terrusi
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