sabato 7 giugno 2014

LA PASTORIZIA: UNA STORIA ANTICA QUANTO L’UOMO (Parte III)



Nel 1775, molti proprietari di Gioia del Colle seminarono il grano nel Demanio di Marzagaglia, in seguito alle proteste dei locati, la Dogana inviò due compassatori , che misurarono i terreni ridotti a semina e maggesi e individuarono i nomi dei coloni trasgressori, che furono puniti con severe ammende. Ma le usurpazioni continuarono su ampie superfici del territorio di Castellaneta e la Regia corte, purtroppo, si rifece della fida perduta, a spese dei locati castellanetani.

Quando i  pascoli, fino allora contestati, furono occupati dal principe De Mari di Acquaviva – il più

Potente degli usurpatori,secondo l’avvocato dei locati, Pietro Natale – i locati castellanetani ricorsero  ancora al tribunale della Dogana, che non intervenne con immediatezza, come faceva con i piccoli proprietari. Passarono secoli e le condizioni della pastorizia, nel Tavoliere, subirono notevoli cambiamenti, poiché quest’attività non dava più i frutti desiderati. Molti economisti suggerivano di trasformarla , sostituendo alla pastorizia la coltura delle messi e degli alberi. Giuseppe Bonaparte, divenuto re di Napoli, volle dare ascolto ai consigli degli economisti Giuseppe Palmieri e Giuseppe Maria Galanti e, con il decreto del 21 maggio 1806, sciolse tutti i vincoli e le servitù del Tavoliere, concedendo in enfiteusi  perpetua le terre liberate. Ma non tutti trovarono vantaggiosa questa trasformazione per cui Ferdinando I, ripreso il potere di re delle Due Sicilie, annullò l’enfiteusi, disconoscendo i contratti già stabiliti, e proibì la coltivazione delle terre salde, date a pascolo. Si comminava una multa di 150 ducati a chi avesse dissodato le mezzane della terra della Regia Corte. . Costituitosi il  Regno d’Italia , si cercò di risolvere una volta per tutte l’annosa questione del Tavoliere e, dopo un vasto movimento dottrinario e legislativo, nel 1865, fu soppresso. Le terre,  sciolte da tutti i vincoli, furono liberamente  coltivate, soprattutto per la produzione del grano, favorita dalla vicinanza al porto di Taranto, centro di raccolta e d’imbarco del prodotto, che consentiva un intenso commercio verso Napoli. La maggior parte delle terre demaniali fu ceduta ai grandi proprietari, a prezzi irrisori, altre vennero usurpate e il governo postunitario, con la scusa dei miglioramenti fondiari, attraverso le cosiddette “conciliazioni” consentì agli usurpatori di entrare, a pieno diritto, in possesso delle terre indebitamente occupate. A protezione degli allevamenti degli ovini, conservarono la demanialità i tratturi, ma con il passare del tempo l’industria armenti zia subì un grave colpo. Oggi la transumanza è ridotta ai minimi termini, poiché molti armentari trovano meno dispendioso el trasporto degli animali, dal monte al piano, per mezzo di carri ferroviari o di camion. Il notevole patrimonio culturale, etnografico ed architettonico , legato alla transumanza, che tanta influenza ha avuto sul territorio e sulla società meridionale, non andrebbe ulteriormente trascurato e distrutto. Quel poco che rimane, va salvaguardato e custodito gelosamente, quale testimonianza di un mondo passato. Gli ultimi lembi di paesaggio pastorale, ricchi di diversità biologiche, qualche avanzo di tratturo non ancora cancellato, le ultime grandi querce rifugi di ombra e di venti per pastori e greggi, i grandi ovili, le stazioni di posta dovrebbero confluire in una riserva naturale e culturale della transumanza, su base regionale. Si tratta delle ultime testimonianze di una grande civiltà, quella pastorale, di una straordinaria archeologia rurale, di tracce notevoli di storia politica e sociale , di una ricca tradizione artigianale, quella casearia, in molti casi, unica e inimitabile.   

Domenica Terrusi

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