sabato 7 giugno 2014

IL MONDO DEI PASTORI (Parte I )



L’allevamento ovino e caprino è una pratica dalle origini remote e molto diffusa nel bacino del Mediterraneo, spesso esercitata sotto forma di pastorizia transumante, in conseguenza di un clima caratterizzato da siccità estiva e piovosità invernale, nonché dalle caratteristiche orografiche e morfologiche dell’area. Questa ancestrale attività, basata sul nomadismo, ha lasciato tracce evidenti nella genesi remota della Pasqua ebraica, come è codificato nel testo biblico dell’Esodo. Poiché l’inizio della transumanza avveniva in corrispondenza del plenilunio primaverile, quando si celebrava la festa pastorale più sentita dal popolo ebraico, in seguito questo arcaico rito si trasformò nell’evento celebrativo del ricordo della liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana nel XIII sec. a.C. Alla memoria storica dell’evento della liberazione, considerata un dono divino, si ricollega tutta la simbologia relativa ad esso: il pane azzimo e le vesti cinte rimandano alla trasmigrazione dei pastori con le loro greggi, l’offerta dell’agnello sacrificale rappresentava un auspicio per la fecondità del gregge, che si sperava venisse restituita moltiplicata nei parti  futuri delle pecore, il sangue asperso sugli stipiti e gli architravi delle residenze aveva un valore apotropaico contro gli spiriti del male. Dagli antichi legami con la transumanza la Pasqua cristiana acquista il significato non più di liberazione dalla schiavitù sociale, ma dall’oppressione del male e del peccato, di resurrezione a vita nuova, impostasi con Gesù, presentato come il buon pastore che ama tutte le sue pecorelle, che, se ne perde una, non esita a lasciare tutto il gregge per andare a cercarla e non ha pace fìnché non la trova. L’attività pastorale ne esce esaltata, essendo la più praticata,anticamente,  insieme a quella marinara. Nel nostro Meridione, questo fenomeno imponente condiziona massicciamente la cultura  e il tessuto sociale, nonché il territorio, l’economia e gli equilibri ecologici di vaste zone. Basti riflettere sugli  ampi disboscamenti operati per ottenere pascoli sempre più estesi. Ma , se nuovi orientamenti economici e mutate esigenze sociali hanno trasformato e in molti casi determinato una crisi irreversibile della pratica pastorale, non sono ancora del tutto scomparsi la cultura, le figure umane e gli animali ad essa connessi e da essa generati. Primi fra tutti i pastori  costretti, in passato, a vivere nell’ovile ed a condurre una vita  non dissimile da quella degli animali che conducevano al pascolo. L’organizzazione e la sorveglianza
dell’attività pastorale, in un’azienda grande e media era affidata  al massaro, diretto responsabile   di ogni cosa verso il padrone del gregge. Egli disponeva cosa dovesse fare ciascun dipendente , da cui esigeva ubbidienza e osservanza dei doveri , nello stesso tempo era difensore dei diritti dei sottoposti nei rapporti col padrone. Regolava il servizio  e sorvegliava affinchè ogni cosa procedesse correttamente. Assegnava, a turno, i permessi ai pastori, che avevano necessità di recarsi in famiglia, vigilava sulla corretta manifattura dei latticini, sulla custodia dei prodotti, era responsabile di tutti gli animali e le attrezzature dell’azienda, di cui era costretto a pagare i danni, in caso di furti o danneggiamenti imputabili a trascuratezza. Il “sotto massaro” vigilava sulla mungitura delle pecore e sulla manipolazione dei formaggi, teneva il conto delle vendite e sostituiva il massaro, quando era malato o era assente per qualunque motivo. Il capo buttero custodiva le bardature, aveva le chiavi del deposito del formaggio, pagava il personale, annotava le spese, faceva la provvista degli alimenti, ripartiva il pane ai dipendenti, prendeva nota delle partite di pane e di olio ritirate, con tagli fatti su cannucce, mediante incisioni con il coltello. I butteri custodivano i muli e le altre cavalcature, erano bravi cavallerizzi ed eseguivano trasporti di ogni genere, andavano a tagliare legna nei boschi, a procurare l’acqua, a trasportare la paglia. I pastori, infine, accompagnavano le”morre” al pascolo, mungevano il latte, assistevano le pecore “figliate” e passavano gran parte della loro vita in mezzo al gregge. La grande estensione dei pascoli li costringeva a percorrere grandi distanze a piedi, oltre a quelle per spostarsi dagli ovili e dalle masserie in cui lavoravano, percorrendo viottoli e sentieri appena tracciati, attraversando gravine e superando vorticosi corsi d’acqua, durante l’inverno. Si diventava pastori fin dalla prima infanzia, senza sottostare ad un vero e proprio apprendistato. Lo stato d’indigenza, in cui versavano le famiglie, costringeva, soprattutto quelle più numerose, a mandare qualcuno dei propri figli “a uardè i pèchere” Molti pastori anziani ricordano ancora quel lontano giorno di Santa Maria (15 agosto) quando, ancora bambini, furono costretti a lasciare la casa e la famiglia, salutando, senza una lacrima, la madre che gli porgeva il fagotto dei panni con la raccomandazione di non rovinarli, poiché non ne aveva altri. Così erano andati verso il loro destino ad imparare il mestiere dei loro avi ed a vivere in solitudine , a stretto contatto con la natura. E’ facile immaginare quale trauma psicologico potesse provocare in un bambino quel distacco repentino dalla famiglia. Ma, dopo l’iniziale smarrimento, trovava la forza di di reagire e di adattarsi a quella specie di esilio che, in alcuni casi, durava tutta la vita. Questi bambini pastori ricevevano un salario bassissimo, con il quale contribuivano a sfamare, in qualche modo, i fratellini rimasti a casa a crescere, per seguirlo anche loro, fra poco. Sottratti precocemente alla famiglia e alla scuola, rimanevano analfabeti per tutta la vita, ma imparavano ben presto a confrontarsi con una realtà fatta di disagi, maltrattamenti, pericoli, rinunce e, nello stesso tempo imparavano a badare a se stessi. Nella loro vita monotona e  primitiva seguivano consuetudini tradizionali, usanze patriarcali, abitudini ormai consolidate. Nel silenzio dei riposi, nella durezza degli addiacci, tra le pecore mute ei cani feroci, trascorrevano una vita triste e solitaria. Dalle fantasticherie delle lunghe notti si potevano percepire i sospiri sfuggiti inavvertitamente, o il suono di uno zufolo o di una fisarmonica di qualche pastore insonne, che cantava alla sua bella o ricordava il tempo della giovinezza: Nelle ore di tregua, ancora oggi, alcuni pastori lavorano umili utensili da cucina, in passato modellavano fusi e scolpivano santi o madonne che offrivano nelle chiese dei villaggi, che incontravano lungo il cammino. L’abbigliamento abituale consisteva in un giubbone di pelle di pecora , un paio di gambali di pelle d’agnello per proteggere le gambe dagli arbusti spinosi, dai cespugli e da eventuali morsi di serpenti, usavano scarpe pesanti e chiodate, portavano in mano nodosi bastoni su cui si dilettavano ad incidere segni  simbolici e rozze figure. Portavano in testa  un cappello a larghe tese, legato sotto il mento. Durante il sonno o se avevano freddo durante il giorno ,si coprivano con una pesante coperta “a mante”. I proprietari dei pascoli dati in affitto, in cambio della concimazione prodotta dalla sosta delle pecore, fornivano ai pastori il pane necessario alla loro alimentazione. In genere il compenso annuale veniva corrisposto dopo la vendita dei prodotti caseari, della lana e delle pelli e  rappresentava il saldo degli anticipi in natura “ u panàteche” consistente in “nu menzètte de fève” (circa 18 chili), uno di grano (circa 20 chili) un litro d’olio e un chilo di sale. Il pasto consueto dei pastori consisteva in pane (nella quantità giornaliera di un chilo per gli adulti e di mezzo chilo per anziani e adolescenti) bagnato in acqua bollente e condito con olio aglio sale e qualche verdura campestre. Quando, durante il giorno riuscivano a raccogliere  dei funghi o dei lampascioni (cipollotti selvatici), li mangiavano arrostiti e, quando il tempo lo consentiva cuocevano le fave ,che accompagnavano con pane raffermo..(Nel comprensorio di Taranto il pane veniva fatto con farina di grano, mentre in quello di Lecce  prevaleva la farina d’orzo) Assaggiavano la carne solo se qualche animale s’infortunava ed andava eliminato o se si ammalava e non si riusciva a guarirlo. I ricoveri dei pastori, durante la transumanza, erano costituti da capanne di tela, facilmente trasportabili, data la loro leggerezza. Nelle masserie i locali per la confezione dei formaggi e la loro conservazione e quelli per il ricovero delle bestie erano costruiti in posizione adatta a conservare l’igiene dei prodotti caseari  e la sanità degli animali. Le capanne delle pecore erano costruite sempre  da 200 a 500 metri lontano dai fabbricati . I pastori alloggiavano in locali freddi, umidi e sporchi, nei quali non mancavano pulci, pidocchi, scarafaggi e topi, dormivano su giacigli di paglia o foglie secche, coperti da vecchie coperte o sacchi,  che provocavano prurito e irritazioni cutanee. Prima dell’alba, quando ancora nel cielo brillano le stelle, cominciava la giornata dei pastori. Appena alzati dai giacigli, cominciavano a spaccare la legna e ad attizzare il fuoco nel camino, poi versavano in un capace “càccheme” il latte munto la sera e lo ponevano sul fuoco per farne formaggio e ricotta. Non appena si formava il coagulo, un pastore trasferiva la cagliata su una specie di madia ,per farla scolare, poi, in adeguate  porzioni,  la infilava  nei fiscelli (i fèscke) di giunco. Da ciò che era rimasto nella caldaia , continuando la cottura, si otteneva la ricotta che veniva messa in fiscelli più piccoli ( i fescketèdde).

Domenica Terrusi

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