sabato 7 giugno 2014

IL MONDO DEI PASTORI (Parte II )



Dal fondo della caldaia si ricavava u pelùse o u paddìtte, delle formaggelle da consumare fresche. Puliti e riposti gli attrezzi adoperati, , si versava il siero  ai maiali  e si partiva  con il gregge, che belava insistentemente, reclamando i pascoli. Raccolte le proprie cose: l’ombrello, il tascapane, e il giubbotto, i pastori facevano uscire il gregge (a mòrre)  dall’ovile e si avviavano verso sentieri già noti, alla ricerca di erba e di acqua. Vi si trattenevano finché le pecore non erano sazie e  il sole si avviava al tramonto. Spesso gli capitava di trascorrere intere giornate sotto la pioggia, proteggendosi il capo con un telo o un vecchio cappotto. Dall’ovile bisogna uscire con qualsiasi tempo, perché le pecore hanno bisogno di pascolare, ogni giorno. Solo se cade la neve restano al chiuso, in quanto non troverebbero cibo. Nel frattempo i pastori rinnovano la paglia dei loro giacigli, puliscono i locali   e i recipienti della cagliatura, qualcuno si siede a “spuzzetè i fefe”, a togliere il nasello alle fave, che cuocerà l’indomani “jìndr’a pegnète. Intanto la mente vola alla  casa qualcuno, preso da malinconia, cerca di scacciarla con il suono del suo inseparabile zufolo. I giorni, per lui e gli animali, scorrono  sempre uguali e, quando stà per calare il sole, con un richiamo abituale, raccoglie il gregge e lo guida verso l’ovile, dove provvede alla mungitura. In genere il  mungitoio è   fatto di due piccoli recinti comunicanti tra loro, in due o tre nicchie prendono posto le persone che devono mungere, sedute ad uno scanno “ a chiancòdde”. Trattengono le bestie con le zampe di dietro, con una mano sollevano la coda e con l’altra fanno sprizzare il latte che cade in un secchio: Dietro le prime pecore si addossano le altre , che spingono per essere alleggerite del latte che gonfia le mammelle. Appena munte, trotterellando, si raccolgono nel secondo recinto. Alcune pecore sono recalcitranti alla mungitura e per le più ribelli si ricorre all’uncino,che è un legno ricurvo, che stringe il collo alla bestia,come un piccolo giogo. Intanto i casari, dopo aver allineato le” pezze” di formaggio su lunghi tavolati sovrapposti, per farle asciugare e stagionare “jìndr’o caselère” un luogo ben ventilato e asciutto, le rigirano spesso e controllano che non vengano attaccate dai vermi: Per prevenire tale dannoso inconveniente, sistemano,sotto ogni pezza, dei  rametti di timo, un potente vermifugo. I pastori conoscono bene tutte le loro pecore ,a quelle “fegghiète” da poco non tolgono tutto il latte, ma ne lasciano quello necessario all’alimentazione dell’agnellino, tenuto da parte fino allo svezzamento, che avviene al quarto mese. Essi osservano at-

tentamente le pecore “prène” incinte, specialmente quando sono prossime al parto, per assisterle, in caso di bisogno.  Solitamente si faceva in modo che le pecore partorissero una volta all’anno per cui, dal mese d’aprile in poi e per trenta giorni consecutivi, venivano condotte al pascolo insieme ai montoni: cinque di essi per ogni cento pecore. I parti avvenivano , dopo una gestazione di circa 150 giorni, da settembre in poi, in modo che gli agnelli fossero pronti per Natale e , via via, fino a Pasqua.I nuovi nati venivano tenuti sotto controllo e si osservavano le loro caratteristiche da cui spesso scaturivano nomignoli fantasiosi per identificarli. Ad imitazione di quanto avveniva per gli equini e i bovini a cui si attribuivano dei nomi altisonanti, che esaltavano qualche caratteristica del loro aspetto  o del loro comportamento. In un atto notarile, redatto dal notaio Gaetano Pace, nel 1815, il signor don Nicola Padroni cede in fitto una masseria, in contrada Rene di San Francesco al signor Giuseppe Domenico Casamassima. Nell’inventario della dotazione dell’azienda vengono riportati i nomi degli ovini e degli equini,che risultano veramente pittoreschi: Orfanello, Fuciliero, Lombardiello, Bellofatto, Primavera, Fortuna, Cappuccino, Cucuzziello, Bianchina, Gigante, Monacello, in un altro atto dello stesso tipo si leggono:: Specchiariello, Zuccariello, Granatiere, Belfiore,Cerasella ecc. Data l’importanza loro riconosciuta, come se si trattasse di essere umani, veniva assegnato un nome all’atto della nascita o, quando, al termine dell’anno colonico, in agosto, si faceva l’inventario  dei capi di bestiame e si contavano i nuovi nati. Due importanti avvenimenti caratterizzavano la vita del pastore, nel corso dell’anno: la transumanza e la tosatura. All’inizio dell’autunno cominciava, nelle zone montane un insolito fermento: si disfacevano le porte degli ovili, si raccoglievano le reti e i paletti, i basti, le selle, i finimenti, le bardature e  si sistemavano sui carri, mentre massari, butteri e  pastori si affrettavano ad approntare ogni cosa necessaria alla partenza. Verso sera cominciava l’esodo  degli armenti, mentre la carovana dei muli, degli asini e dei carri carichi del necessari per il viaggio si erano già avviati per preparare la prima postazione di sosta. Innumerevoli greggi, attraverso sentieri tortuosi, strade bianche di polvere e sentieri erbosi scendevano verso le valli e, spesso, attraversavano con un festoso scampanio ed  un belare spaurito, paesi immersi nel sonno: Ci si fermava solo per mungere le pecore e cagliare il latte, poi si riprendeva subito il cammino faticoso, con i pastori che andavano e venivano, lungo la colonna, per evitare che sbandasse. La morra era guidata da un maschio dominante che conosceva bene la strada e faceva da richiamo con un campanaccio legato al collo, finchè non arrivavano a destinazione, per il lungo riposo invernale. A proteggere  le greggi dagli assalti dei lupi vi erano i cani addestrati alla loro difesa, ma spesso venivano sgozzati anche  loro, insieme alle pecore. Per questa ragione, al collo dei cani da pastore veniva sistemato un solido collare di ferro, provvisto di punte acuminate:Spesso i pastori erano costretti ad usare i fucili, per mettere in fuga i predatori affamati, eppure si contavano a decine le pecore sgozzate. Quando cominciava a farsi sentire il caldo, i pastori riprendevano la via del ritorno verso i monti. Prima di arrivare a destinazione, i massari si recavano a Foggia, dove facevano i conti del pane ritirato dai fornai, dell’olio e del sale acquistati, delle “pezze” di formaggio e delle ricotte vendute, intanto stringevano nuovi contratti con i padroni di erbaggi, per il nuovo anno. Quando le “morre” ritornavano in montagna trovavano pascoli rigogliosi e fresche acque All’arrivo delle mandrie, i boschi si animavano, si riempivano di vita e di movimento, nell’aria fresca della sera s’innalzava il fumo dai fuochi del bivacco. Il gioioso annuncio del ritorno dalla Puglia  era dato dal tintinnio dei campanacci ,che riempiva d’allegria le strade dei paesi , affollate di parenti accorsi a salutare i pastori, rimasti lontano per circa 8 mesi. A pensare più al gregge che a sé stessi. Dopo una breve pausa bisognava raggiungere la nuova sede di pascolo e curare la sistemazione delle greggi. Intanto, con l’arrivo della stagione calda, bisognava cominciare la tosatura, operazione in cui s’evidenziavano la perizia e l’abilità dei pastori. Prima le pecore venivano condotte ai “vagnaturi”, in fiumi o torrenti , perché i velli potessero essere lavati. Si attendeva qualche giorno perché asciugassero, poi si procedeva “ a caròse” effettuata con l’ausilio di grosse forbici e di apposite macchinette Particolarmente abili erano i tosatori di Santeramo e di Laterza, che passavano da un ovile all’altro ad offrire la loro opera.     Le pecore venivano  legate a tre gambe incrociate, con corde ottenute intrecciando erbe selvatiche, mentre la testa era stretta tra le gambe del tosatore. Al manzo si lasciavano tre ciuffetti: sulla testa, sul dorso e sulla groppa, legati con nastri di vario colore. Il vello tosato “u turchiòne” veniva ulteriormente lavato e liberato dall’untume. In occasione della tosatura, i padroni delle greggi predisponevano un abbondante pasto “u chepecanèle” , alcuni uccidevano qualche pecora, che veniva cotta alla brace e consumata  da tutti i lavoranti , insieme ad un buon vino. I risultati ottenuti, assolvendo scrupolosamente tutti gli impegni assunti  poteva procurare ai pastori la soddisfazione di qualche dono da parte del padrone: qualche agnello o una pezza di formaggio da offrire con orgoglio ai famigliari. Nonostante tanta fatica, tanta solitudine, tanta coraggiosa sopportazione dei disagi, i pastori  sono rimasti, per tempi immemorabili, dei personaggi anonimi , all’ultimo gradino della scala sociale, rifiutati dalle ragazze, spesso derisi per la loro dabbenaggine e  semplicità. Nelle loro fantasie non c’era posto per sogni di grandezza o di avanzamento sociale. Eppure  le radici storiche di questo antico mestiere coincidono con quelle della civiltà.  Un ritratto classico del pastore ce lo ha lasciato Omero : Un uomo gigantesco abita qui, che lontano pasturava le pecore. In disparte colui viveva da tutti….”E’ la descrizione del crudele ciclope Polifemo, abile produttore di formaggi. E’ lo stesso autore a parlarci della Trinacria, l’antica Sicilia, dove pascolavano  le mandrie di buoi, sacri al dio Sole. Per fortuna l’annosa precarietà dell’esistenza del pastore nomade, lontano dagli affetti e dalla vita sociale, con l’evoluzione dei tempi e con il mutare dei costumi sociali, è cambiata, in quanto non è più rispondente al clima storico in cui viviamo. Molte terre aride e incolte, destinate  al pascolo sono state messe a coltura e gli erbaggi sono diminuiti, con essi le greggi e le mandrie.         
Se è necessario spostarle, per non stancarle, si preferisce il  trasporto su carri ferroviari o su camion, nelle zone di pascolo, nello stesso tempo sono migliorate le sorti dei lavoratori della pastorizia a cui viene riconosciuta una maggiore dignità e e una discreta posizione economica. Va sottolineato, inoltre,  il loro molteplice ruolo,non solo nella dimensione gastronomica per la straordinaria bontà e varietà dei prodotti gastronomici  ma, soprattutto, per la loro funzione ecologica. Sono stati i pastori, infatti, ad assicurare l’equilibrio idrogeologico di territori poco frequentati, il cui abbandono è, attualmente, causa di frequenti disastri naturali. 

Domenica Terrusi

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