Per ogni 100
pecore o per ogni 10 animali grossi erano previsti 80 moggi di terreno “saldo”
equivalenti a 2452 are circa. Le zone destinate a pascolo , le cosiddette
“locazioni” erano dotati di “jazzi” o
“poste” per il ricovero degli animali. Prima di entrare nelle locazioni,
assegnate verso l’8 novembre, i pastori riunivano le loro greggi in vaste aree
denominate “riposi generali”, dove avveniva la conta degli animali e si pagava
la “fida” o pedaggio ,che andava da un minimo di 6 ad un massimo di 8 ducati
per ogni 100 pecore e da un massimo di 25 ad un minimo di 10 ducati per 100
bovini o equini. In genere il contratto di locazione veniva stipulato per un
anno, ma poteva essere anche stagionale. Il primo era definito “a tutta erba”
dal 10 ottobre al 24 giugno, il secondo “a mezza erba” e poteva riguardare il
periodo autunnale - invernale o quello primaverile – estivo, detto di
“statonica. Per mantenere efficiente il pascolo, il locatore aveva l’obbligo di
scavare fossi , nei luoghi in cui ristagnava l’acqua e di mantenere il pascolo
pulito da sterpi, ginestre e rovi. Il ciclo della transumanza degli ovini
s’imperniava su tre tipi di conduzione: la piccola, la media e la grande
industria. Il piccolo proprietario possedeva da 100 a 500 capi e, non
disponendo di pascoli propri, li prendeva in fitto , sia sui monti che nel
piano, pagando un canone che variava da luogo a luogo. Egli attendeva
all’allevamento con l’aiuto di persone di famiglia che, di padre in figlio si
trasmettevano l’arte del pecoraro. La media industria disponeva di greggi da
500 a 700 capi, che il proprietario affidava a pastori salariati. La grande
industria era condotta da un proprietario
di greggi composti da 1000 a 5000 ovini ,oltre a muli, cavalli e asini.
In genere disponeva di pascoli propri, sia in Abruzzo che in Puglia, ed aveva
al suo servizio una schiera di persone salariate, ciascuna con una propria
mansione. C’era poi una pastorizia locale, rappresentata da piccoli greggi, che
pascolavano nei dintorni dei paesi. Talvolta un padrone di greggi, non essendo
in grado di affrontare le spese del pascolo, affidava i suoi animali ad un
massaro che li univa ai suoi o a quelli di un altro e formava un solo gregge.
Il ricavato e la spesa venivano divisi
in proporzione al capitale messo in società. Per evitare contestazioni e
dispersione di animali , ogni pastore provvedeva alla marcatura delle pecore,
stampigliando sul dorso, a vernice rosso cupo o violetto, le iniziali del nome
del padrone o qualche segno ,come una stella, una croce, un cuore, un
cerchietto ecc. Tuttavia ogni pastore, impara a distinguere ,a colpo d’occhio,
sin da quando sono piccoli gli animali del suo gregge, osservandone le
abitudini, il carattere e i difetti.
Tale abilità s’evidenzia specialmente al tempo della “figliatura”,quando ogni
mattina,trova nell’ovile gli agnelli nati durante la notte. Egli li prende e,
senza sbagliare, li accoppia alle madri cui appartengono. C’era, al tempo della
transumanza,un sistema di numerazione che, anche se rozzo e primitivo è
risultato pratico e comodo, per cui è stato adottato per lunghi periodi. Per
numerare le pecore, nel secondo giorno di vita, i pastori segnavano al vivo, nelle due orecchie dell’animale dei tagli con un coltello ben
affilato. Il pastore teneva l’agnello con la testa ferma e poi operava uno o
più tagli nell’orecchio destro e in quello sinistro , ad una certa distanza
l’uno dall’altro. Le unità si segnavano nel lobo superiore dell’orecchio
sinistro, le decine sul lobo inferiore dell’orecchio destro. Quando un operaio
comprava delle pecore, le univa in gruppi di 50 ciascuno, poi le faceva uscire
toccando il dorso a ciascun animale, sotto il controllo del venditore. Quando
arrivava a 50, pronunciava ad alta voce il numero e chi stava accanto al
compratore faceva una tacca con il coltello su una verga. Alla fine si
contavano le tacche per conoscere il numero delle pecore acquistate. Lo stesso
sistema si adottava per contare i pezzi di pane che si ritiravano dai forni ed
anche le ricotte, le “pezze” di formaggio, gli agnelli e le pelli che si
vendevano ai grossisti. Verso maggio, quando le greggi stavano per tornare ai
monti, i pastori pagavano i fornitori, presentando le verghe, denominate
“fergole” e non avvenivano discussioni, poiché ognuno aveva fiducia in quegli
ingenui documenti. Va evidenziato che le zone a pascolo del Tavoliere erano
suddivise in “locazioni generali”, dove pascolavano le greggi della povera
gente. C’erano poi le”locazioni particolari” riservate a i baroni ed a ricchi
privati. Le prime erano in tutto 24, le seconde 25. “I ristori” venivano
distribuiti ai locati,quando il numero delle pecore superava le possibilità di
alimentazione offerte dalle locazioni.
La locazione di
Terra d’Otranto era distinta da quelle del Tavoliere. Quella riguardante il
territorio di Castellaneta era composta di cinque fondi: Murgia Fragennaro,
Murgia di Marzagaglia, Rene, Marina e parte dellOrsanese. L’estensione
complessiva era di 108 carra. La Dogana, oltre a queste terre, sin dal 1576,
aveva rilevato dal marchese di Castellaneta terre demaniali per 9000 pecore,
poiché il territorio di Castellaneta era molto frequentato dai pastori, grazie
alla concessione del sale a prezzo agevolato. I terreni demaniali, soggetti al
regime della Dogana, erano distinti in due categorie: 1) terre ad uso esclusivo
di pascolo, su cui era proibito piantare alberi ed usare aratri; 2) terre di
“portata” ai cui proprietari era consentita la coltivazione ,seguendo un
sistema di rotazione quadriennale: per due anni venivano coltivate e per altri
due anni tenute a riposo e utilizzate per i pascoli. Di qui lo stato di
permanente conflittualità tra il ceto baronale e l’istituzione della Dogana,
tra agricoltura e pastorizia errante. In proporzione diretta al percorso
compiuto sui regi tratturi e le vie secondarie
o bracci, sugli animali grossi ,che non fossero adibiti al lavoro dei
campi, si pagava una tassa denominata “allistamento”. Poiché molti sostenevano
di possedere molti animali da lavoro, la Dogana stabilì di escludere dal
pagamento della tassa di allistamento solo 4 animali per ogni carra (circa 25
ettari) di terra seminata. Al passo del fiume di Castellaneta “sòtte o jùme” in
contrada Matine, transitavano tutte le mucche, giumente, cavalli, muli ed asini
provenienti dalla provincia di Lecce per andare alle montagne, attraverso il
tratturello martinese che passava per Mottola, Noci, Castellanete, Crispiano,
Montemesola, Grottaglie, Manduria, Avetrana, Martina, da cui prendeva il nome.
C’erano poi il tratturo Melfi Castellaneta, il tratturello delle Murge, il
tratturello delle Rene, Il tratturello Palagiano – Bradano, i tratturelli Quero
e Pineto , che attraversavano i
territori di Castellaneta e Ginosa, ed ancora il tratturello tarantino che
attraversava i territori di Castellaneta, Palagiano, Massafra, Taranto,
Montemesola, Monteiasi e grottaglie. C’era ancora la strada regia del Procaccio
che s’inoltrava, serpeggiando nel bosco, da Mottola a Gioia del Colle. Ai locati era ricnosciuto il diritto di avere
il sale per gli animali ovini, ad un prezzo inferiore a quello praticato in tutto il regno. Veniva dato in
ragione di due tomoli per ogni 100 pecore. Nelle locazioni erano presenti delle
fogge o cisterne a cui gli animali si abbeveravano ma, trattandosi di difese
appartenenti a feudatari, quando l’acqua scendeva al livello di tre palmi, ne
veniva precluso l’utilizzo. E’ ovvio che l’uso comune delle cisterne e di
altre fonti d’acqua per abbeverare
greggi e armenti sfociava spesso in aspre liti
e contestazioni della normativa e degli accordi, anche se legalmente
assunti. Al tempo in cui, nel Regno delle Due Sicilie, regnava Ferdinando I, in
un atto notarile del 1822, redatto in Castellaneta dal notaio Giuseppe
Meledandri, si legge che Gregorio Tinella e Felice Liuzzi, entrambi proprietari
di mandrie, decidono di scambiarsi l’uso dell’acqua di un laghetto, in contrada
Matine, volgarmente detto “Vagnaturo” (poiché vi si facevano passare più volte
le pecore, per lavare la lana, prima della tosatura) che Gregorio Tinella aveva
in affitto e di due cisterne situate presso la locanda di San Basile, tenute in
fitto da Felice Liuzzi.Di quest’acqua il
Liuzzi può servirsi fino a quando quella rimasta risulti profonda tre palmi, in
quel caso può servirsi di quella del “Vagnaturo” La durata del contratto va dal
luglio 1822 al settembre 1824. Esempio emblematico della difficoltà di
approvigionamento idrico. Gravi problemi creava lo sconfinamento di animali nei
campi coltivati, punito con forti multe, a meno che non si trattasse di animali da latte. Le”chiusure” o “difese”
costituite da terreni recintati per difendere le colture specializzate,
non bastavano ad impedire tali
sconfinamenti. Altre zone ben recintate da muretti a secco erano gli ovili o “jàzze” che, ancora oggi,
fanno parte dell’area dei servizi delle grandi masserie destinate
all’allevamento, sorte in gran numero dopo l’istituzione della Dogana delle
pecore. Generalmente costituiti da un ampio recinto per ricoverare gli animali,
difenderli dai lupi o dai ladri (abigeato) e per impedirne la fuga, sono divisi
con muri a secco in vari settori, in cui vengono ripartiti gli animali. Per lo
più situati in posizione elevata, su di una collina o sul ciglio di una
gravina, con murature cieche su tre lati e al riparo dai venti di tramontana,
gli ovili sono muniti di due ingressi: uno
nella parte superiore, dal quale gli animali vengono avviati al pascolo,
l’altro, più stretto, nella parte bassa, costituito da una serie di aperture
,attraverso le quali, quando rientrano la sera, i pastori contano le pecore e
fermano quelle da mungere. L’impostazione architettonica e la realizzazione artigianale di queste
masserie di pecore, sorte in Puglia, soprattutto tra il 1610 e il 1690 furono
progettate secondo rigorosi canoni difensivi e rappresentano un repertorio
culturale e identitario di grande valore. Molte di esse erano parte integrante
della “Dogana delle pecore”, suddivise in due distinte strutture operative: una
a valle con le caratteristiche di masserie di campo dedita alla coltivazione ed
alla produzione di foraggio, una a monte con l’attitudine all’allevamento,
soprattutto ovino. I muri perimetrali presentano poche aperture verso
l’esterno, mentre all’interno della corte,scale spazi all’aperto ed ampi locali testimoniano un’intensa attività sociale. Le
strade d’accesso, per lo più lunghe e tortuose, consentono una costante
sorveglianza del territorio, attraverso osservatori posizionati nelle garitte e
nelle torrette, oltre che dalle strette finestre, sistemate a quote variabili
da 4 a 5 metri dal suolo, che consentono lo svolgimento dell’attività
produttiva, in un ambiente ben difeso. A causa delle guerre tra Spagnoli e
Francesi, al principio del XVI sec., la Mena delle pecore subì un grave
tracollo; ogni esercito belligerante, in autunno, interrompeva le operazioni
militari e si precipitava nel Tavoliere
per estorcere , sugli armenti che vi giungevano dall’Appennino, il tributo che
dovevano pagare al fisco. In tal modo si assicuravano i fondi necessari per
continuare la guerra. E, se mancava il tempo materiale per riscuotere la”fida”
il primo arrivato ammazzava le bestie per non permettere all’avversario di
riscuoterla al suo posto. Il
Vocino riferisce che, nel 1502, i Francesi, per approfittare della fida, radunarono più di 800.000 pecore
presso San Severo ma, poiché gli Spagnoli li incalzavano, per non lasciare al
nemico l’ingente bottino, ne fecero scempio, tanto che, per impadronirsi delle pelli,
scorticavano le pecore “vive” per far presto. In seguito alle continue rimostranze
degli armentari danneggiati, l’imperatore CarloV, padrone del Napoletano,
ordinò la “Generale Reintegrazione” delle terre destinate alla pastorizia e la
loro difesa da qualsiasi tipo di assalto o di danneggiamento, ma tale
operazione non ebbe i risultati sperati, poiché, approfittando del disordine e
della mancanza di controllo, molte estensioni erano state messe a coltura dagli
antichi proprietari, specie dagli enti ecclesiastici. Gli ufficiali preposti
dall’Erario alla tutela del patrimonio regio, invece di custodire gli erbaggi
dei “riposi” lasciavano ai baroni, agli ecclesiastici ed ai confinanti di
occuparli, compiendo arbitrarie usurpazioni ai danni dello Stato e degli
armentari, perciò il bestiame, specialmente quello grosso, diminuiva di anno in
anno e grave detrimento subivano lo Stato e i cittadini. Le terre sottratte al
pascolo venivano denominate “terre di
Regia Corte a coltura” e, malgrado venissero comminate grosse multe per le dissodazioni arbitrarie,
esse aumentavano continuamente, a danno della pastorizia. La massa delle terre
assegnate al Tavoliere abbracciava più di
15.000 carra di terreno ma, con l’affrancamento di molte terre di
portata e con l’alienazione di terre date a censo, l’estensione del Tavoliere
fu molto ridotta. Alla cura ed all’assegnazione dei tratturi e dei riposi ,
erano preposti “i cavalieri” e tutta la massa del Tavoliere era divisa in 4
settori o ripartimenti: Staccione, Montagna,
Puglia e Trigno.Nel ripartimento Puglia
erano compresi tutti i pascoli delle province di Capitanata, Principato,
Basilicata, Bari, Lecce e Terra di Lavoro. Nel 1603 gli animali degli
Abruzzi contati nei soli ripartimenti di
Puglia e Staccione, sottoposti alla fida furono 7904, mentre quelli delle altre
province erano 39252. Nel 1650 la fida delle pecore nelle province di Terra di
Lavoro, del Principato Ultra, del Molise e di Capitanata fruttava 9950 ducati
all’anno. All’interno dell’istituzione
della Mena delle pecore, il nostro territorio venne compreso nella locazione di
Terra d’Otranto, servita dal tratturo Martinese che terminava nel riposo dell’Arneo, presso
Avetrana. Altri tratturi minori raggiungevano le zone macchiose del litorale.
L’Università di Castellaneta possedeva
le difese di Bolzanello, Frignito,Favali, Termitosa, Montecamplo, Vitosa,
Rinella e Gaudella. Il Capitolo della
Cattedrale aveva il parco di Barsento, quello del, Porto e quello nuovo delli
Finocchi.Il Vescovo aveva la difesa grande della Gaudella, l’abate Marcello
Ungaro due parchi, entrambi di trenta tomoli, di cui uno alla Salicella;L’abate
Antonio Susco, un parco a Grotta Lupara, Ascanio Magliano un parco di 40 tomoli
al demanio delle Zeppole. Castellaneta fu, per lungo tempo, sede dell’Uditore
nominato dal governatore della Dogana quale suo luogotenente , con il compito
di amministrare la giustizia, data la lontananza da Foggia. Due grandi fondi,
denominati Difesa di Castellaneta ed Orsanese costituivano la nostra locazione che confinava a nord con
Gioia del Colle e a sud si estendeva fino al mar Ionio. All’interno di essa vi
erano delle “poste” spazi rettangolari di diversi ettari, che avevano la
funzione di albergare i pastori, di notte
o in caso di maltempo, insieme alle loro pecore. Le poste potevano
essere temporanee o fisse. Nel primo caso i locati, terminato il periodo della
fida, dovevano smontare tutto e lasciare la posta al futuro locato, nel secondo
caso tutto rimaneva come prima, dal momento che la posta era riservata
sempre allo stesso locato. Prima di entrare
negli erbaggi veniva effettuata la conta degli animali, per il pagamento della
fida da apposite squadre designate dalla Dogana. Esse erano composte da uno
scrivano, da un contabile e da due aiutanti. Il numero degli animali, il nome
del locato e il luogo di provenienza venivano annotati su appositi registri,
detti “squarciafogli”. Fino al 1551 le pecore si contavano una per una, dopo
quella data venne adottato il sistema della “professazione volontaria”. Il
locato dichiarava alla Dogana, in segreto e non oltre il 20 ottobre, il numero
delle pecore da immettere nella locazione,attraverso un’operazione chiamata
“rivelo”Questo sistema risultava vantaggioso per la Dogana, poiché i locati,
temendo di avere a disposizione pascoli insufficienti per le loro greggi,
dichiaravano un numero di pecore superiore a quello reale, pagando una maggiore
fida. Nella terminologia corrente , le pecore reali erano definite
“viventi”quelle inesistenti “ideali” o “in alia”. Nel demanio di Castellaneta,
secondo i dati riferiti al 1551 dal De Dominicis, s’immettevano 7200 pecore, a
Girifalco 12.000, a Palagiano 3200, a Palagianello 2800. Fino al 1600 il numero
delle pecore “professate” nella locazione di Terra d’Otranto,aumentò fino
289.190 capi. Solo nel 1676 ebbe inizio il declino della locazione di terra dOtranto, per cui il
supremo Senato della Dogana decise di dismetterla. La difesa dell’Orsanese,
stimata sufficiente per 5000 pecore, unita al demanio di Castellaneta, venne
assegnata ai cittadini di questa città, dietro pagamento di 1610,50 ducati.
Quella di San marco dei Lupini, a Palagiano, fu assegnata al marchese di
Sant’Eramo e successivamente al duca di Grottaglie. Il resto della locazione di
terra d’Otranto continuò ,per un lungo periodo ad esercitare un’attività più
ridotta, limitata ad una pastorizia locale e ad alcuni centri della Basilicata.
Comunque non mancavano i problemi e le controversie: il demanio di Marzagaglia,
in territorio di Castellaneta, veniva rivendicato dai locati di questa città,
che lo contendevano alle pretese del
principe di Acquaviva , a quelle del Capitolo della chiesa locale ed ai
cittadini di Gioia , interessati ad aumentare i terreni da semina.
Domenica Terrusi
Nessun commento:
Posta un commento