Da tempi
remoti, nei territori in cui la natura del suolo e del clima non consentiva di sviluppare
convenientemente l’agricoltura,si preferiva esercitare la pastorizia, che non
richiedeva grandi spese ed assicurava un reddito più o meno cospicuo.
Sull’allevamento del bestiame si è fondata l’economia di numerose comunità
poiché, oltre che fornitori di latte, di lana, di carne, di pelli, di letame
per la concimazione dei terreni, gli animali erano utilizzati come merce di
scambio e, solo in seguito furono sostituiti da monete con la loro effigie,
denominate “pecunia” da “pecus”: pecora.
Da sempre ci si
spostava dai luoghi dove l’inverno rigido bruciava l’erba e non consentiva il
pascolo verso zone, dove l’abbondanza d’acqua e la freschezza delle erbe
offriva soddisfacente foraggio alle greggi ed agli armenti. Dopo che i Romani
s’impadronirono della Puglia, i pastori sanniti e peligni guidavano le pecore,
le capre, i muli, i buoi, i cavalli dagli altipiani, dove si cominciavano a
sentire i primi freddi, verso il Tavoliere, dove di rado si vede la neve e
dove, eccezionalmente, la temperatura arriva a zero gradi. Questa transumanza
non ha mai avuto soste, perché rispondeva ad una necessità naturale. Catone e
Orazio, Varrone e Columella ci attestano che, ai loro tempi, questa
trasmigrazione era un fenomeno normale e intensamente praticato, anche se non
regolato da norme precise. Essa giovava al popolo, che aveva la possibilità di
provvedersi di alimenti indispensabili alla vita, pagandoli a prezzo moderato e
giovava ai proprietari di animali, che ricavavano dagli armenti cospicui
guadagni rappresentati da migliaia di teneri agnelli, di grassi capretti, da latte profumato, da latticini squisiti, da
lane pregiate e da carni gustose che arricchivano i mercanti dell’Urbe.
Dall’Abruzzo, quasi tutto aspro e montuoso, le greggi si muovevano verso il
tavoliere di Puglia, largo 40 Km e lungo il doppio, con una superficie di oltre
3000 chilometri quadrati, che offre un pingue pascolo a cui giungevano
attraverso idonei sentieri, chiamati tratturi.
Alcuni erano
molto ampi ed erano definiti “tratturi grandiosi” altri più piccoli denominati
“tratturelli” o bracci, che confluivano nelle arterie maggiori. Non sappiamo
come era regolata dai Romani la “Mena delle pecore” che, certamente, doveva
pagare al fisco un certo canone, ma è documentato che esso è stato imposto, per
tutto il Medioevo, dai diversi dominatori della nostra regione. Un primo
regolamento fu promulgato da Federico II di Svevia, che ha per titolo “De
animalibus in pascuis assignandis vel affidandis”con esso volle precisare i
rapporti giuridici tra pastori e proprietari di greggi e correggere gli
abusi degli ufficiali preposti alla
polizia rurale che pretendevano il pagamento della “fida” anche quando le
greggi sostavano una sola notte sui terreni di un feudo. Pretesa abolita dal
regolamento federiciano. In tal modo Federico II gettò le basi della
istituzione, conosciuta nella storia, con il nome di “Tavoliere” da “tabula” su cui erano scritti i nomi degli
utenti del pascolo ed era sancito l’uso temporaneo dell’erbaggio di proprietà
altrui, da parte degli armentari .Nel periodo angioino, funestato da continue guerre, l’autorità regia andò
scadendo e tali diritti caddero in disuso, finché Giovanna II,per rinsanguare
le stremate finanze della
Corona, fissò
il canone di 3 grani a pecora per dare agli armentari il diritto di pascolo nel
tavoliere , da ottobre a maggio. A questo tributo bisognava aggiungere il
diritto di passaggio, il plateatico, il diritto dei ponti, il prezzo
dell’erbaggio, delle strade, dei tratturi e dei riposi che, tutti insieme,
rappresentavano quasi la metà del balzello pagato al fisco. Ma il vero
ordinatore della transumanza fu Alfonso d’Aragona il quale, constatata la
decadenza dell’agricoltura e della pastorizia, causata dalle lunghe guerre,
riunì alle terre dell’antico demanio dette “ Difesa Regia” quelle di proprietà
dei baroni, dei Luoghi pii e dei Comuni,
lasciando ai primitivi padroni solo l’uso dell’erba che cresceva
dall’Apparizione dell’Arcangelo Michele ( 8 maggio) alla festa dell’Arcangelo
(29 settembre) che era detta erba “statonica” Riservò all’autorità regia la
gestione amministrativa, giurisdizionale ed economica dell’istituzione della
“Dogana della mena delle pecore” a datare dal
I agosto 1447, con sede a Foggia, al centro del Tavoliere. La pastorizia
diventò, per legge sovrana, la forma principale di utilizzazione della più grande
pianura del Regno di Napoli. A nessuno era consentito, vendere o affittare,
senza autorizzazione della Dogana, terre da pascolo, pena la nullità dei
contratti. I proprietari e i baroni non potevano rifiutare di ospitare gli
animali che, durante l’autunno scendevano dall’Abruzzo (transumanza verticale)
nel Tavoliere, né quelli che si spostavano per pascolare all’interno delle
province della Puglia (transumanza orizzontale). Sin dall’antichità esistevano
delle vie di comunicazione tra l’Appennino e il tavoliere, lungo le quali
transitavano le mandrie, erano denominati tratturi dal latino “tracturia”.
Alfonso d’Aragona li fece ampliare ed aumentare di numero. Alcuni erano
amplissimi “i tratturi grandi o regi”, altri erano più piccoli “i tratturelli”
e confluivano nelle grandi arterie. Per tali vie ,che cominciavano da Aquila e
da Celano ed arrivavano a Foggia, altri si diramavano da Pescasseroli e Castel
di Sangro e giungevano a Candela e
Lucera, milioni di animali piccoli e grossi , arrivati a destinazione,
si fermavano lungo i bordi del Tavoliere in attesa che, tutti insieme, fossero
ammessi al pascolo, quando il 29 settembre veniva dato inizio alla pastura.
Alfonso d’Aragona fissò i tributi che
gli armentari abruzzesi dovevano pagare per godere dei pascoli pugliesi
e proibì ogni coltivazione, nelle terre sode, per non danneggiare o diminuire
l’erbaggio necessario all’alimentazione delle greggi. Questa speciale
giurisdizione doganale riduceva il potere dei feudatari, concedendo ai locati
( quelli che prendevano in fitto i pascoli)speciali privilegi: 1)
esenzione da qualsiasi prestazione feudale, 2) eliminazione della giurisdizione
baronale per cui i locati e i loro familiari potevano essere giudicati solo dal
tribunale della Dogana – un vero foro privilegiato per i locati, che perdurava
anche dopo il periodo della transumanza. Per migliorare la qualità della lana,
le pecore “mosce” vennero in parte sostituite con quelle di
razza”gentile”(importate dalla Spagna) che avevano un vello più morbido,
utilizzato ampiamente nella produzione di tessuti. Ferdinando d’Aragona
incentivò lo sviluppo delle industrie laniere e, nel 1465, vietò l’uso dei
panni stranieri. Nella prima metà del
XV sec. a prendere la via della Puglia erano più di 30 mila pastori con più di
tre milioni di ovini, scortati da varie centinaia di migliaia di cavalli, muli,
bufali, vacche, mentre pastori a cavallo andavano e venivano lungo i
fianchi della colonna - dice il Vocino - impedendo che sbandasse o tentasse di deviare nelle vie traverse o
nei campi, intanto feroci mastini, sorvegliati dai butteri, difendono gli
animali dall’assalto dei lupi. In fondo segue una fila di muli carichi di reti
e tende per l’addiaccio, di provviste per il viaggio, di utensili per cagliare
il latte e per altri bisogni. Si percorrono strade già note, lungo le quali, ad
intervalli regolari,sono disposte le tappe di sosta per il riposo diurno. Ogni
notte la transumanza riprende il suo cammino,che dura dai 10 ai15 giorni, lungo
le vie dei pastori spianate dagli uomini con il fondamentale apporto delle pecore
da più di due millenni. Il fondo d’erba dei tratturi, larghi fino a 111 metri,
rappresentavano un allettante tentazione per le greggi per le greggi, ma dai
pastori venivano richiamate all’ordine ed a tenere il passo con la “mazza battuta” continuamente a
terra.
Domenica Terrusi
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