sabato 7 giugno 2014

LA PASTORIZIA: UNA STORIA ANTICA QUANTO L’UOMO (Parte I)



Da tempi remoti, nei territori in cui la natura del suolo  e del clima non consentiva di sviluppare convenientemente l’agricoltura,si preferiva esercitare la pastorizia, che non richiedeva grandi spese ed assicurava un reddito più o meno cospicuo. Sull’allevamento del bestiame si è fondata l’economia di numerose comunità poiché, oltre che fornitori di latte, di lana, di carne, di pelli, di letame per la concimazione dei terreni, gli animali erano utilizzati come merce di scambio e, solo in seguito furono sostituiti da monete con la loro effigie, denominate “pecunia” da “pecus”: pecora.
Da sempre ci si spostava dai luoghi dove l’inverno rigido bruciava l’erba e non consentiva il pascolo verso zone, dove l’abbondanza d’acqua e la freschezza delle erbe offriva soddisfacente foraggio alle greggi ed agli armenti. Dopo che i Romani s’impadronirono della Puglia, i pastori sanniti e peligni guidavano le pecore, le capre, i muli, i buoi, i cavalli dagli altipiani, dove si cominciavano a sentire i primi freddi, verso il Tavoliere, dove di rado si vede la neve e dove, eccezionalmente, la temperatura arriva a zero gradi. Questa transumanza non ha mai avuto soste, perché rispondeva ad una necessità naturale. Catone e Orazio, Varrone e Columella ci attestano che, ai loro tempi, questa trasmigrazione era un fenomeno normale e intensamente praticato, anche se non regolato da norme precise. Essa giovava al popolo, che aveva la possibilità di provvedersi di alimenti indispensabili alla vita, pagandoli a prezzo moderato e giovava ai proprietari di animali, che ricavavano dagli armenti cospicui guadagni rappresentati da migliaia di teneri agnelli, di grassi capretti,  da latte profumato, da latticini squisiti, da lane pregiate e da carni gustose che arricchivano i mercanti dell’Urbe. Dall’Abruzzo, quasi tutto aspro e montuoso, le greggi si muovevano verso il tavoliere di Puglia, largo 40 Km e lungo il doppio, con una superficie di oltre 3000 chilometri quadrati, che offre un pingue pascolo a cui giungevano attraverso idonei sentieri, chiamati tratturi.
Alcuni erano molto ampi ed erano definiti “tratturi grandiosi” altri più piccoli denominati “tratturelli” o bracci, che confluivano nelle arterie maggiori. Non sappiamo come era regolata dai Romani la “Mena delle pecore” che, certamente, doveva pagare al fisco un certo canone, ma è documentato che esso è stato imposto, per tutto il Medioevo, dai diversi dominatori della nostra regione. Un primo regolamento fu promulgato da Federico II di Svevia, che ha per titolo “De animalibus in pascuis assignandis vel affidandis”con esso volle precisare i rapporti giuridici tra pastori e proprietari di greggi e correggere gli abusi  degli ufficiali preposti alla polizia rurale che pretendevano il pagamento della “fida” anche quando le greggi sostavano una sola notte sui terreni di un feudo. Pretesa abolita dal regolamento federiciano. In tal modo Federico II gettò le basi della istituzione, conosciuta nella storia, con il nome di “Tavoliere”  da “tabula” su cui erano scritti i nomi degli utenti del pascolo ed era sancito l’uso temporaneo dell’erbaggio di proprietà altrui, da parte degli armentari .Nel periodo angioino, funestato  da continue guerre, l’autorità regia andò scadendo e tali diritti caddero in disuso, finché Giovanna II,per rinsanguare le stremate finanze della
Corona, fissò il canone di 3 grani a pecora per dare agli armentari il diritto di pascolo nel tavoliere , da ottobre a maggio. A questo tributo bisognava aggiungere il diritto di passaggio, il plateatico, il diritto dei ponti, il prezzo dell’erbaggio, delle strade, dei tratturi e dei riposi che, tutti insieme, rappresentavano quasi la metà del balzello pagato al fisco. Ma il vero ordinatore della transumanza fu Alfonso d’Aragona il quale, constatata la decadenza dell’agricoltura e della pastorizia, causata dalle lunghe guerre, riunì alle terre dell’antico demanio dette “ Difesa Regia” quelle di proprietà dei baroni, dei Luoghi pii  e dei Comuni, lasciando ai primitivi padroni solo l’uso dell’erba che cresceva dall’Apparizione dell’Arcangelo Michele ( 8 maggio) alla festa dell’Arcangelo (29 settembre) che era detta erba “statonica” Riservò all’autorità regia la gestione amministrativa, giurisdizionale ed economica dell’istituzione della “Dogana della mena delle pecore” a datare dal  I agosto 1447, con sede a Foggia, al centro del Tavoliere. La pastorizia diventò, per legge sovrana, la forma principale di utilizzazione della più grande pianura del Regno di Napoli. A nessuno era consentito, vendere o affittare, senza autorizzazione della Dogana, terre da pascolo, pena la nullità dei contratti. I proprietari e i baroni non potevano rifiutare di ospitare gli animali che, durante l’autunno scendevano dall’Abruzzo (transumanza verticale) nel Tavoliere, né quelli che si spostavano per pascolare all’interno delle province della Puglia (transumanza orizzontale). Sin dall’antichità esistevano delle vie di comunicazione tra l’Appennino e il tavoliere, lungo le quali transitavano le mandrie, erano denominati tratturi dal latino “tracturia”. Alfonso d’Aragona li fece ampliare ed aumentare di numero. Alcuni erano amplissimi “i tratturi grandi o regi”, altri erano più piccoli “i tratturelli” e confluivano nelle grandi arterie. Per tali vie ,che cominciavano da Aquila e da Celano ed arrivavano a Foggia, altri si diramavano da Pescasseroli e Castel di Sangro e giungevano a Candela e  Lucera, milioni di animali piccoli e grossi , arrivati a destinazione, si fermavano lungo i bordi del Tavoliere in attesa che, tutti insieme, fossero ammessi al pascolo, quando il 29 settembre veniva dato inizio alla pastura. Alfonso d’Aragona fissò i tributi che  gli armentari abruzzesi dovevano pagare per godere dei pascoli pugliesi e proibì ogni coltivazione, nelle terre sode, per non danneggiare o diminuire l’erbaggio necessario all’alimentazione delle greggi. Questa speciale giurisdizione doganale riduceva il potere dei feudatari, concedendo ai locati
( quelli che prendevano in fitto i pascoli)speciali privilegi: 1) esenzione da qualsiasi prestazione feudale, 2) eliminazione della giurisdizione baronale per cui i locati e i loro familiari potevano essere giudicati solo dal tribunale della Dogana – un vero foro privilegiato per i locati, che perdurava anche dopo il periodo della transumanza. Per migliorare la qualità della lana, le pecore “mosce” vennero in parte sostituite con quelle di razza”gentile”(importate dalla Spagna) che avevano un vello più morbido, utilizzato ampiamente nella produzione di tessuti. Ferdinando d’Aragona incentivò lo sviluppo delle industrie laniere e, nel 1465, vietò l’uso dei panni stranieri.    Nella prima metà del XV sec. a prendere la via della Puglia erano più di 30 mila pastori con più di tre milioni di ovini, scortati da varie centinaia di migliaia di cavalli, muli, bufali, vacche, mentre pastori a cavallo andavano e venivano lungo i fianchi  della colonna -  dice il Vocino -  impedendo che sbandasse  o tentasse di deviare nelle vie traverse o nei campi, intanto feroci mastini, sorvegliati dai butteri, difendono gli animali dall’assalto dei lupi. In fondo segue una fila di muli carichi di reti e tende per l’addiaccio, di provviste per il viaggio, di utensili per cagliare il latte e per altri bisogni. Si percorrono strade già note, lungo le quali, ad intervalli regolari,sono disposte le tappe di sosta per il riposo diurno. Ogni notte la transumanza riprende il suo cammino,che dura dai 10 ai15 giorni, lungo le vie dei pastori spianate dagli uomini con il fondamentale apporto delle pecore da più di due millenni. Il fondo d’erba dei tratturi, larghi fino a 111 metri, rappresentavano un allettante tentazione per le greggi per le greggi, ma dai pastori venivano richiamate all’ordine ed a tenere il passo  con la “mazza battuta” continuamente a terra.              

Domenica Terrusi

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