Riuscire ad impadronirsi della fantasia degli spettatori, inchiodarli alla contemplazione delle immagini che, via via, scorrono sullo schermo, conquistarne i sentimenti e suggestionarne la sensibilità è stato merito incontrastato di un personaggio insuperato e indimenticabile: Rodolfo
Valentino. Bellissimo, elegante, sensuale, delicato, diventò, ai suoi tempi, oggetto di desiderio irrefrenabile, d’imitazione pedissequa, d’invidia mal repressa e, perfino, d’odio incontenibile. Nacque da madame Gabrielle Barbin, il cui padre dirigeva, a Taranto, i lavori d’impianto delle tramvie, quando conobbe nella masseria San Mama dei marchesi Giovinazzi, il giovane veterinario Giovanni Guglielmi. Dalle foto, che di lei rimangono, non sembra molto bella, ma, a quanto riferi scono quanti la conobbero, “era spigliata, fantasiosa e piena di vitalità. Amava cavalcare con i lunghi capelli sciolti sulle spalle, eretta e graziosa sulla sella d’amazzone. I piccoli Giovinazzi l’amavano molto: ella sapeva organizzare per loro piacevoli passeggiate e merende all’aperto. Il viale dei pini la vedevano condottiera della lunga teoria d’asinelli, elegantemente insellati, che recavano in groppa festanti ragazzini, in fila indiana. Per i grandi sapeva organizzare divertimenti , giochi di società, sciarade viventi. Con la sua “verve” francese riusciva simpatica a tutti. Il giovane e focoso veterinario ne fu abbagliato e tenacemente la corteggiò finché il matrimonio fu deciso e felicemente concluso. “ (Fabrizia Giovinazzi) Dal matrimonio dell’aitante ufficiale di cavalleria ed apprezzato veterinario con la simpatica madame Barbin, nacque subito una bambina , che morì dopo un mese di vita. Sulla lastra corrosa della sua umile tomba , nel cimitero di Castellaneta, si legge: “Rose, come une rose tu a vecu l’espase de un matin”. Il 6 maggio 18 95 nacque un maschietto a cui fu posto il nome di Rodolfo, Alfonso, Raffaele, Pietro, Filiberto Guglielmi. Fu bat tezzato con questi nomi appartenuti a notabili rappresentanti del suo antico casato, dal sacerdote Giuseppe Scarano, parroco della chiesa cattedrale. Si legge che: Giovanni Guglielmi ebbe sangue reale, uno dei suoi familiari uccise in duello un principe Colonna, sicché fu costretto a fuggire da Roma, seguito dai suoi fidi, con i quali, esule, fondò la famiglia a Martina Franca. Da qui, in segui to ad un assalto dei briganti, nel quale persero ogni avere, il Guglielmi, nel 1850, furono costretti nuovamente a partire, portandosi a Castellaneta”. (S. Trinchero) Rodolfo crebbe mingherlino, la madre aveva poco latte e una donna del popolo le faceva da balia. Raccontava che, per non farsi riconoscere dal bambino che, le prime volte, lo guardava con i suoi occhi indagatori e piangeva disperato, si copriva il volto con un fazzoletto, mentre lo allattava. Quanti conobbero Rodolfo da piccolo raccontano che era taciturno e scontroso, frequentò le prime tre classi di scuola elementare a Castellaneta. Suoi maestri furono Nicola D’Alagni, Francesco Miraglia e le due sorelle Perrone. Successivamente il padre dovette trasferirsi a Taranto per esercitarvi la sua professione di veteri nario e lì Rodolfo concluse le scuole elementari, “senza brillare per interesse ed impegno”. Ma, mentre ultimava gli studi presso la Scuola Elementare Dante Alighieri di Taranto, improvvisamente morì il padre, vittima del suo lavoro di studioso della malaria bovina. Rodolfo aveva appena 11 anni e la famiglia si trovò in una difficile situazione economica.
Per interessamento di parenti e amici Rodolfo fu accettato come allievo nel collegio degli orfani di sanitari italiani, a Perugia, per continuare gli studi. Indossò una triste uniforme nera con la giacca a quattro bottoni di ottone, una fettuccia dorata attorno al colletto e due caducei di filo dorato, cuciti al posto delle mostrine dei militari. L’uniforme era completata da un berretto a visiera e, d’inverno, da un ampio mantello nero. “Bruttarello” e mingherlino, di carattere chiuso e scontroso, ribelle ad ogni disciplina, ottuso ad ogni insegnamento, Rodolfo non familiarizzò con i compagni che, con la ferocia di cui sono inconsapevolmente capaci, a volte, i fanciulli, lo soprannominarono “pipistrello” per via delle enormi orecchie a sventola ed il suo ampio mantello nero. Attraverso i documenti custoditi nell’archivio della “Sapienza” (come si chiamava il vecchio collegio in via della Cesta, a Perugia) si possono ricostruire le fasi infelici degli studi di Rodolfo Guglielmi: Vi è anche documentato che, un certo giorno, il “pipistrello” in un impeto d’insoddisfazione e di rabbia se la prese con un istitutore e lo aggredì con un coltello da cucina. Dopo essere stato severamente punito con la reclusione in un “carcerino” che porta ancora inciso il suo nome su una parete, fu espulso da quella scuola. Mamma Gugliemi pregò il direttore che gli lasciasse la logora uniforme di collegiale, perché il suo ragazzo, che non aveva altri abiti in quel momento, potesse recarsi a Venezia per poter sostenere un concorso come macchinista nelle ferrovie. Anche, a Venezia, l’esito fu disastroso: non rispose alle domande degli esaminatori ed infine fu escluso per deficienza toracica. “Allo scultoreo Adone degli anni successivi, inarrivabile nell’arte di amare, mancavano allora due centimetri di torace.” (Leo Pantaleo)
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