lunedì 28 febbraio 2011

LE MALATTIE INFANTILI


I nostri anziani avevano la tendenza ad addurre giustificazioni e interpretazione dei malanni da cui si veniva colpiti. La crosta lattea “ a gràssa làtte” era considerata un residuo dell’olio santo con cui avveniva l’unzione del Battesimo, per questo si riteneva che non andasse lavata, né rimossa, per cui non era infrequente il caso che alla crosta lattea si aggiungesse la crosta dello sporco.  L’itterizia era indicata come “ u mèle de l’arche”, infatti si pensava che attaccasse chi, imprudentemente, avesse urinato all’aperto, mentre il cielo era attraversato dall’arcobaleno. Per curare questo malessere, si ricorreva ad una pratica magico-religiosa consistente nel far stendere l’ammalato, a braccia aperte, e nel verificare che la lunghezza del suo corpo corrispondesse alla sua larghezza. Il filo di lana con cui veniva effettuata la misura doveva essere bruciato subito, mentre si recitava un Pater, Ave, Gloria. La parotite, gli orecchioni “ i recchiàscene se segnàvene”, infatti con un lapis copiativo si tracciavano due triangoli sovrapposti (il segno di Salomone) dietro le orecchie, mentre si recitavano un Pater, Ave, Gloria. Un’apposita formula andava recitata per liberare i bambini dall’azione dei vermi intestinali, quando altri rimedi: l’aglio e la ruta, non avevano avuto efficacia. La guaritrice faceva un segno di croce sull’ombelico, mentre recitava: “ Lunedì sande, Martedì sande, Mjirculedì sànde, Giovedì sànde, Venerdì sànde, Sàbbete sànde, Demèneche de Pàsquj e u vèrme te càske. Questa formula andava ripetuta tre volte di seguito, mentre si massaggiava delicatamente il pancino del bambino e si tracciavano segni di croce sull’ombelico. Il mughetto, una forma di stomatite infantile, chiamata “ mònne” veniva curata, passando sulle labbra e la bocca del bambino un panno imbevuto nella sua stessa pipì. Il forte prurito che accompagna le malattie esantematiche, evocate dagli anziani con una terminologia pittoresca come “ a vetrène” corrispondente alla rosolia, “ u ‘mpruvìdde” – il morbillo- veniva alleviato avvolgendo i  piccoli malati in lenzuola sporche, ritenute rinfrescanti. Per la sua alta mortalità, era molto temuto “u gruppòne” – la difterite – che, in passato, rappresentava il terrore dell’umanità, finchè non fu introdotto il vaccino. Un’altra malattia letale, il cui ricordo è ancora vivo nei nostri anziani, era “ a serretèdde” una grave forma di encefalite, molto diffusa all’inizio del secolo scorso. Secondo la tradizione, si manifestava “ che nu cherdòne” – un cordone sulla testa e si riusciva a prevenire solo facendo bere ai neonati il fiele del riccio. Quando si era colpiti da malattie così gravi, per impetrarne la guarigione si faceva voto di vestire i bambini malati o miracolosamente guariti con il saio di sant’Antonio, da sempre considerato loro protettore.

Nessun commento: