Dopo che era stato fasciato e agghindato, il bambino veniva portato alla madre per farglielo baciare, osservare e tenere un po’ accanto. Per non viziarlo, veniva messo subito nella culla “ a nèche”: Intanto la madre e la suocera della puerpera invitavano parenti e conoscenti a vedere il nuovo nato. In genere nessuno si permetteva di farlo, senza invito. “ A zìte e fegghiète né scì scènne ci ne ssì ‘mpetète” – A casa di spose e di donne che hanno partorito, non andare se non sei stato invitato. Ma, solitamente, il neonato diventa uno spettacolo che si dà di sé, quasi una ostentazione di produzione a cui non ci si può sottrarre. Quando si andava a trovare la nuova mamma, si portava sempre qualche dono: zucchero, uova, latticini, galline, colombi, per preparare il brodo “ a fegghiète” e favorire la formazione del latte. Le più povere si accontentavano del brodo “ de cìcere gnòre” – di ceci neri. La madre, che per nove mesi lo aveva nutrito con il suo sangue, ora doveva alimentarlo con il suo latte, considerato “ sangue sbianchito”. Benché convinti delle profonde trasformazioni che avrebbe subito, con il passare del tempo, infatti si diceva “ Sette mìse, sette vìse” tutti cercavano di scoprire nel volto del neonato tracce di somiglianza con i genitori o i parenti di entrambi. Intanto ci s’informava sul nome che gli sarebbe stato dato. Secondo un rigido rituale, ancora in parte rispettato, se il primo nato era maschio prendeva il nome del nonno paterno, se una femminuccia quello della nonna paterna. Se poi nascevano altri figli “s’annuràvene” i genitori materni. Il dono del nome, attraverso la denuncia della nascita in Comune, solitamente appannaggio del padre, diventa il vero parto, il vero ingresso del bambino nella famiglia e nella società. Dare il nome a un bambino significa assegnargli un punto di riferimento, pur nel diritto d’inventarsi la sua vita, ma senza nome non vi è esistenza.” Nomen quasi omen” dicevano i Latini – Il nome è quasi un presagio. Lo stesso concetto è insito nel detto popolare “ Stèsse nòme, stèsse vìse, stèsse destìne” per cui si riteneva che prendendo il nome di una persona, se ne assumesse l’aspetto e si ripetesse la sua stessa vicenda terrena. L’assegnazione di un nome prefigura, quindi, un percorso di vita già sperimentato e diventa quasi una replica genetica della persona che lo ha portato. Ma nell’assegnazione del nome si evidenzia anche la crudeltà riservata ai cosiddetti figli della colpa, cui venivano attribuiti dei nomi ingiuriosi, quasi un marchio d’infamia da portare per tutta la vita. La triste consuetudine dell’esposizione, imputabile alla miseria, alla disperazione per una violenza subita dalla madre, allo scandalo per una relazione illegittima, ha determinato l’istituzione della “Ruota”, per tanti secoli segreta custode di miserie e di colpe, utile mezzo per salvare la vita di tanti trovatelli, ma spesso artefice di denominazioni infamanti per bambini innocenti. Quelli che andavano a vedere i bambini appena nati, non mancavano di tesserne le lodi, accompagnandole con l’espressione “ Benedìche!” sempre ricorrente per tenere lontano “l’affascino” che procura al bambino forte mal di testa e inappetenza. In quei casi si ricorreva prontamente all’intervento di qualche persona che sapeva toglierlo, recitando in silenzio una preghiera particolare, mentre versava tre gocce d’olio in un piattino pieno d’acqua. Se le gocce d’olio sparivano, “l’affascino “ era tolto e il bambino recuperava, subito, vivacità e appetito, altrimenti bisognava ricorrere all’intervento del medico. Ecco una delle formule che veniva recitata tre volte di seguito insieme ad un Pater; Ave, Gloria e che poteva essere trasmessa a qualcun altro solo il venerdì santo: “ Affàscene, ca vèj che la vìj,
vè jàcchj a Crìste e Marìj,
alluntànete da sùse……..(nome del bambino)
ca chèdde jè càrna vattescète.
Tre persùne ‘ng(i)ànne affascenète
a vòcche, i uècchj e la mmènte
e tre persùne l’ànna sfascenè:
u Pàtre, u Fìgghj e u Spìrete Sànde.
(Affascino che vai per la via, vai a trovare Gesù e Maria, allontanati da----nome del bambino- -perché è battezzato. Tre persone l’hanno affascinato e tre persone lo devono liberare, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo).Intanto si tracciavano segni di croce sulla fronte del bambino. Quando si trasmetteva a qualcun altro la conoscenza di questa pratica, si perdeva definitivamente il potere di esorcizzare il malocchio.
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