giovedì 8 luglio 2010

FARMACOPEA POPOLARE parte sesta MEDICAMENTI PORTENTOSI

MEDICAMENTI  PORTENTOSI



Quando non si era in condizione di procurarsi immediatamente prodotti erboristici di sperimentata efficacia, ben altri erano gli ingredienti che entravano  nella farmacopea popolare del passato. Alcuni di questi ritrovati conservano tuttora una certa validità, altri, alla luce dell’esperienza attuale, sono risultati inutili e perfino dannosi. Se pensiamo che, per curare una grave malattia qual era la difterite “a serretèdde” si ricorreva “o pupjìdde de felìscene” (della mollica di pane impastata con  la fuliggine,stretta in un panno sottile e fatto succhiare dal bambino malato) ci rendiamo conto di quanto fossero fantasiosi ed inefficaci certi medicamenti. Come emostatico per piccoli tagli ci si serviva “de na coscke de fève” mezza fava sgusciata da premere sul taglio per favorire la formazione del coagulo. Sostituiva egregiamente il nostro cerotto, una poltiglia  ottenuta masticando insieme una pianta di cicoriella ed una si “sivone” La pappetta si poggiava sul taglio e si legava strettto  con una pezzuola o un fazzoletto, specialmente quando l’inconveniente si verificava in campagna. Se si trattava di una ferita più larga, si ricorreva alla ragnatela “ u pòppele”, che si poggiva sul taglio e si legava. In caso di emorragia nasale si ricorreva ad una polvere aspersoria ottenuta da gusci d’uovo tostati oppure alla calce, grattata al momento  dal muro. L’arrossamento della pelle di un bambino si curava ,cospargendo la parte interessata con polvere di tarlo di legno dolce. Un rimedio efficace contro i foruncoli consisteva nell’applicarvi sopra la polpa grattuggiata “du lambasciòne” o le feci di colombo che, come corrosivo, sono senz’altro insuperabili, dal momento che hanno sgretolato buona parte dei nostri monumenti. Le parti del corpo , doloranti a causa di infreddature, venivano trattate con un mattone caldo avvolto in un panno di lana. In caso di dolori reumatici si ricorreva ai “senapìsme” impacchi di semi di senape ,cotti a lungo fino a ridurli in poltiglia e applicati sulla parte dolorante, ben caldi e avvolti in un panno. Contro i dolori dentari si usavano le spatole di fichi d’India, divise a metà e poste sulla guancia.  Se l’infiammazione era in fase acuta  e molto dolorosa, si ricorreva a sciacqui di decotto di scorza di melagranata o alla “papàgne” la capsula della pianta di papavero da oppio. Ha dell’incredibile il rimedio escogitato per guarire i bambini dall’enuresi notturna, contratta,secondo una convinzione diffusa, per aver roteato un tizzone ardente, facendo sprizzare delle scintille. Si dava da mangiare al malcapitato un topo arrostito, quando altri tentatvi esperiti, tra cui minacce e percosse , non avessero dato risultati. I salassi venivano praticati con le sanguisughe, dopo essere intervenuti sulla parte del corpo da incidere con la””cuppètte a sàgne”, si trattava di una coppetta, preferibilmente di vetro, che si poggiava sulla parte interessata, dove era sistemata una candela accesa, che ,per mezzo del calore , faceva sollevare la carne, da cui cavare il sangue tramite le sanguisughe. Gli attacchi di asma si curavano con un decotto di pigne ancora verdi, di pino. Per curare  gli occhi affetti da congiuntivite, si usavano impacchi di malva . Per le patologie nervose si ricorreva a decotti calmanti di camomilla e rosmarino. Per curare le cistiti e le infezioni urinarie, si ricorreva agli infusi di barbe di granturco. Per calmare i dolori delle coliche renali, oltre alla terapia a base di acqua da bere abbondantemente, seguendo la tradizione che” l’acque jè nu servezzièle ca uarìsce tùtte i mèle” si ricorreva all’infuso di  un’erba denominata “spaccapètre” e che si trova abbarbicata alla roccia , nella gravina.  Anche le radici di gramigna essiccate, venivano usate in infusione come sedativo delle coliche renali. Per curare le contratture muscolari si interveniva con le cosiddette “cuppètte a vjìnde”, consistenti in una coppetta di vetro o di ceramica,poggiata sulla parte dolorante ove è sistemata una candela accesa che, diminuendo la pressione interna dell’aria, ne attira il sangue, fungendo da ventosa e riducendo il dolore. Contro gli ingorghi mammari si interveniva  mettendo bottiglie di acqua calda sulle mammelle o della patata grattuggiata, quando non si riusciva in alcun modo a favorire il flusso del latte, si ricorreva ad un cagnolino ,nato da pochi giorni, che succhiava il latte eccedente e regolarizzava il flusso, per poter allattare il bambino.  In caso di indigestione, moto raro tra la povera gente, bastava masticare lentamente una pianta di sivone e la pienezza di stomaco scompariva, poichè quest’erba ha proprietà digestive di sperimentata efficacia. In caso di slogature si ricorreva “ a stuppète”: del lino sfilacciato veniva immerso nel bianco d’uovo sbattuto e si avvolgeva sulla parte interessata, indurendosi formava una leggera ingessatura.
Il  ricco armamentario della farmacopea popolare ha consentito di trovare una soluzione ai mali più svariati,  ma la gente del popolo non ha mai nutrito grande fiducia nei mediici e negli speziali, anche quando si trovava in grande difficoltà per cui, quando le risorse naturali e i rimedi empirici non bastavano ad eliminare ogni forma di negatività, non rimaneva che affidarsi al potere taumaturgico dei santi ed alla magia. Il male, espressione delle tenebre poteva essere sconfitto solo dalla potenza divina, espressione del mondo della luce. Convinzione compendiata nel detto “Mascìj e jàcqua sànde sànene tùtte quànde” E’ anche vero che, solitamente,  la preparazione di un decotto o di un qualsiasi altro preparato assumeva le caratteristiche di una magia , per cui l’assunzione di una pozione diventava magica, perchè accompagnata da una serie di segni e di formule.  Tutto ciò soddisfaceva il senso religioso dell’uomo dell’era preindustriale che, sorbendo le medicina, sapeva di introdurre nel suo corpo “la forza benefica della natura” e le manipolazioni,  i toccamenti della parte malata assumevano il valore di un intervento ‘quasi fisico” sul male. Il bisogno del rito, del segno materiale assumeva lo stesso valore delle benedizioni e degli esorcismi della liturgia cattolica, tendenza tipica di tutta la cultura contadina, che fa confluire nel “magico” tutto ciò che non riesce a spiegarsi e allo stesso modo invoca Dio, i santi e la Madonna, perchè li sente appartenere al mondo del mistero. Molto diffusa era la trasmissione di formule e riti gestuali, per curare i mali più svariati. 
Il segreto delle formule veniva tramandato solo a tarda età da quelli che le conoscevano, in un giorno stabilito dell’anno, il sabato santo, recitando prima il “Credo” per 33 volte, altrimenti non se ne acquisiva il potere, pena la maledizione fino alla settima generazione
A protezione dagli spiriti malefici che insidiano la vita quotidiana veniva invocata la luna : “ “Lùna mèa sànde, da quàtte còse scànzeme: ràbbj de segnùre, muèzzeche de scherzùne,  de chène arrabbiète e da crestiène ‘nvediùse”
Contro i vermi intestinali si ricorreva all donna che “tagliava i vermi”. L’operazione iniziava con un segno di croce per essere sicuri del buon esito dell’intervento, poi ancora altri cinque segni di croce  con il pollice destro bagnato nell’olio d’oliva, dalla gola fino allo stomaco,dopo aver massagiato con  il palmo della mano il pancino, faceva un altro segno di croce. Tutta l’operazione avveniva mentre, sottovoce, la praticona recitava la formula:: “ A nòme de Dìj, camìne bèlla mè. Acchième da ‘nnànde tre frète: - Addò scète, frète mè?-  / - Scème a mònte Calvàrj  che fè passè i vjìrme a sta pòvera criatùre. A nòme du Pàtre , du Fìgghj e du Spìrete Sànde, u lunedìa sànde, u martedìa sànde, u merculedìa sànde, u giovedìa sànde, u venerdìa sànde u sàbbete sànde i vjìrme l’àgghj fàtte scappè. U fegghiùle da checùzze tàgghj i vjìrme cu curtedùzze, u buène marìte a trìsta megghière, i càpere du pèsce tùtte a Crìste i desse. U pèsce nè fèsce fìle, u palùmme nè pòrte vjìrme, levàmenge i vjìrme a stu criatùre”
Durante il parto veniva invocata sant’Anna con questa preghiera: “ Màmma sand’Anne, pruvvìde e mànne. Tu sì a mammanònne de Gesù, sand’Anna mèj, ajùteme tu.”
Per la cura degli orecchioni si segnava con un lapis copiativo, dietro l’orecchio malato,il segno di Salomone consistente in due triangoli, tracciati con una linea continua, mentre si recitavano, mentalmente,  un Pater, Ave, Gloria.
Un dolore acuto e insistente  alla  testa, veniva attribuito al malocchio di qualche invidioso. In quel caso, era necessario ricorrere all’intervento di qualche esperto che, mentre recitava un Credo e un Salve Regina, a voce bassa, versava tre gocce di olio in un piattino pieno d’acqua, se le gocce d’olio sparivano, al termine del rito, il mal di testa passava, altrimenti bisognava ripetere l’operazione, ad una certa distanza di tempo.
Spesso capitava che, assumendo cattive posizioni, un piede rimanesse intorpidito,  si addormentassse; in quella situazione bisognava intervenire recitando a bassa  voce la formula: “ Descetìscete pète ca àmma scì a Matère, sì rumèse alla perdùte, descetìscete pète ca sì velùte” e intanto si tracciavano continui segni di croce, sulla pianta e sul dorso del piede. Quando cadevano i denti ai bambini, si recitava la  strofetta: “ Tìtte tìtte, te dòche u stuèrte  e me dè u drìtte. Chiànghe, chiànghe, te mèneche u nère e  me dè u biànghe.” Il singhiozzo non era ritenuto preoccupante per il bambino, poichè si riteneva che sviluppasse il cuore, creava apprensione,quando si trattava di un anziano, dal momento che era diffusa la convinzione  che preannunciasse l’agonia, per cui veniva consigliato di bere sette sorsi di acqua, trattenendo il respiro. Un altro rimedio consisteva nel recitare più volte di fila, senza respirare, questa formula: “Segghùzze vattìnne jìndr’o pùzze, vattìnne j’ndr’a pìle o ‘mmòcche a na cuggìne” Apparentemente “magica”, la filastrocca otteneva in modo facile e comprensibile a tutti, il risultato di far trattenere il fiato, consiglio valido  tutt’ora.
La risipola, che provoca arrossamento della pelle e gonfiore, è una malattia che veniva trattata facendola segnare con una fede nuziale, per tre mattine di seguito  e tenendo a digiuno l’ammalato,  da parte di un prete o di una ragazza primogenita. Intanto pronunciavano la formula: “Lìbberele da sta malatìj, Gesù, Gesèppe e Marìj”
Quando si veniva colpiti dall’orzaiolo, la mattina, appena alzati e a digiuno, l’interessato poggiava l’occhio sul collo di una bottiglia, in cui c’era un po’ d’olio d’oliva e tenendo lo sguardo fisso  recitava: “Puèrre maledìtte, stàtte addò te mètte.”
Contro la caduta dei capelli, s’interveniva tagliando i capelli per tredici lune di seguito, sempre nel novilunio, in tal modo si rinforzava il bulbo pilifero. Ma di sicura efficacia si riteneva la rugiada della notte di San Giovanni.
Quando un corpo estraneo entrava in un occhio, uno lo teneva aperto con il pollice e l’indice,  soffiava dentro tre volte e intanto pronunciava la formula: “A nòme de Gesù e de Marìj, ciò ca stè jìndre pegghiàsse vìj”
Quando si sbadiglia, per sonno o per fame, si raccomanda  di non girare la testa,perchè potrebbero slogarsi le mandibole e si consiglia di tracciare un segno di croce, con il ditone, sulle narici, sulla bocca e sulla bocca dello stomaco.
La terapia popolare ricorreva anche al rimedio del “passaggio”  per liberarsi da alcuni malanni,. Nel caso dei porri e delle verruche si ricorreva alla recita di una strofetta per trasferire su qualche altro il proprio inconveniente: “Puèrre maledìtte, stàtte addò te mètte, stàtte addò te làsse e nònge venènne chiù sùse a stu vràzze”. Intanto si toccava la parte del corpo di un altro che, se non riusciva a scappare in tempo, rimaneva infettato. Comunque era comune l’uso di legare strettamente,  con un filo di seta, il porro che, dopo un certo tempo, cadeva. 
L’impetigine veniva curata con decotti di malva e, mentre si tamponava la parte irrfiammata, si recitava la formula: “Petìscena maledètte, che quanda pìle tène u vò, tand’ànne a scì spèrte e demèrte”
Contro le gravi conseguenze derivanti da uno spavento, che indeboliscono le barriere protettive dell’organismo e influiscono sulle sue funzioni principali, la gente ricorreva a particolari tecniche protettive e difensive. In questa prospettiva si spiega perchè, su qualsiasi ferita, contusione o scottatura, si ponevano impacchi di erbe officinali , fatte benedire. Le candele della Candelora , secondo la tradizione, acquistano poteri terapeutici e protettivi e vengono accese in caso di calamità: forti temporali, tempeste, quando si aspetta una persona, che tarda a tornare, nel caso di epidemie e di parti difficili. Durante l’agonia di un malato, si accende la candela benedetta, per tenere lontano i diavoli dal moribondo. Per scongiurare le conseguenze negative di un forte temporale, si bruciano i rametti di ulivo benedetti il giorno delle Palme, in caso di grandine, se ne prendono tre chicchi e si fanno stringere in mano da un bambino, finchè si sciolgono. Il sale fatto benedire può garantire la perfetta conservazione di carni e latticini.
Alla base della medicina contadina domina, quindi,  la speranza nella vita, anche se coesiste la paura del male, che viene esorcizzata con un’appropriata ritualità. La speranza si lega, quindi , alla paura  e viceversa, ma entrambe nascono da un profondo senso del fatalismo: “ Stème sòtte o cjìle  e tùtte pò succède.”  La  paziente sopportazione di ogni pena, frustrazione o malattia affonda le sue radici nell’insegnamento cristiano che ha reso meritoria per la vita eterna ogni sofferenza, che nell’aldilà  viene cancellata.

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