LE PIANTE AMICHE GENEROSE
Le erbe più diffuse nei nostri campi e nei nostri boschi hanno doti straordinarie e specifiche caratteristiche, che le rendono ineguagliabili nelle loro prestazioni. Malgrado lo scetticismo di coloro che non ammettono altro rimedio che il farmaco di sintesi, appositamente studiato e sperimentato in laboratorio, la medicina popolare si è sempre servita di erbe e di alberi tipici del clima e dell’ambiente in cui ogni comunità risiedeva , segno di un” accordo energetico” con le piante e la natura. Sin dalla più remota antichità i rimedi a base di erbe erano riconosciuti e utilizzati comunemente e rappresentavano l’unica forma di cura e terapia per qualsiasi forma di distrurbo. Se si pensa al largo uso che si fa oggi dell’aspirina, va evidenziato che essa è un derivato dell’acido acetisalicilico, contenuto nella corteccia del salice: un prodotto erboristico che, in molte regioni del mondo, veniva utilizzato sotto forma di decotto per curare la febbre, anche durante le pestilenze. La medicina popolare, fin dalla notte dei tempi, è stata gestita in particolare dalle donne, tradizionalmente esperte nel curare le malattie con le erbe. I racconti delle più antiche civiltà ci tramandano le storie di “maghe” e di “streghe” espertissime nell’effettuare sortilegi e incantesimi o nel preparare rimedi miracolosi, impiegando le erbe. Nella mitologia greca troviamo Medea, che con le erbe preparava filtri magici in grado di assicurare l’eterna giovinezza, c’era poi la maga Circe , che con il tocco di una verga trasformava in porci i naviganti e che, con bevande a base di erbe, era in grado di immunizzare da ogni veleno. In realtà, nella maggior parte dei casi, le streghe erano donne, che conoscevano molto bene i fenomeni naturali e il mondo delle erbe e delle piante. Queste donne compassionevoli, in cambio di qualcosa da mangiare,si recavano nelle povere case dei contadini per offrire il loro aiuto, in caso di necessità, sotto forma di infusi,decotti,unguenti,di suggerimenti alimentari, con la prescrizione di talismani da portare addosso e con la recitazione di formule e preghiere. Il tutto accompagnato da quell’antica consuetudine popolare della condivisione della malattia e della sofferenza che, in tempi recenti, è sparita quasi del tutto, ma della cui importanza ci si va convincendo sempre di più ,in campo medico, con il ricorso alle cure palliative.
Stranamente la pratica erboristica femminile venne osteggiata, anche in modo assai violento, sia dalle classi politiche che da quelle religiose. “La caccia alle streghe” rappresenta una triste pratica che ha caratterizzato a lungo il mondo cristiano e cattolico, in particolare Soprattutto con l’avvento della Controriforma, la Chiesa si espresse in modo inequivocabile in materia di medicina, vietandone la pratica ai chierici, agli ebrei ed alle donne. La fitoterapia veniva associata alla magia e le donne che la praticavano venivano accusate di stregoneria e bruciate vive. In tal modo la frangia più povera della popolazione rimaneva priva del loro aiuto, solitamente valido ed efficace.
Secondo la tradizione contadina all’attività di erborista e di terapeuta era particolarmente versato chi nasceva in determinati giorni e in condizioni particolari. Essendo considerato un dono venuto dal cielo, chi nasceva con tali doti, si sentiva impegnato ad utilizzarle. Chi nasceva la notte di Natale, veniva al mondo con grandi doti di guaritore, così i settimini sia maschili che femminili. I bimbi nati di sette mesi erano tenuti in grande considerazione nelle nostre campagne fino ai primi decenni, dopo la seconda guerra mondiale. Ottimo guaritore era ritenuto anche chi nasceva “con la camicia”, ancora avvolto dal sacco amniotico. Predisposti alla conoscenza delle erbe medicinali erano ritenuti le figlie di donne guaritrici e i figli di guaritori.
Si usavano foglie, fiori e radici. I fiori si raccoglievano durante l’estate e si conservavano sotto il letto, dopo l’essiccazione, per proteggerli dalla luce eccessiva e dall’umidità. Le foglie andavano raccolte poco prima della fioritura ed essiccate su graticci, rivoltandole spesso. La raccolta delle radici avveniva d’inverno e si essicavano con molta cura, poiché marciscono facilmente. La malva è emolliente, addolcente, pettorale e lassativa. Essa s’impiega in in tutti i casi infiammatori, specialmente quelli dell’apparato respiratorio: tossi, bronchiti, catarri cronici, per i quali risulta più efficace la radice. L’infuso di fiori e foglie cura gastriti, enteriti, diarree, emorragie, cistiti,malattie della vescica. Era comune l’uso della malva fresca , schiacciata e messa sui gonfiori per lenire e far sparire il dolore. Contro il mal di denti una foglia di malva lavata, asciugata e applicata sul dente malato, procura sollievo; un pezzo di radice di malva è adatta per pluire i denti. La pratica popolare utilizza il succo fresco di questa pianta contro le punture di mosche e vespe.Le foglie tenere e i germogli di malva erano apprezzati dagli antichi, sia cotti che in insalata. Orazio ,nelle sue “Odi” dice che,per lungo tempo della sua vita, si nutrì di olive, di cicoria e di malva tenera.
“ A màlve da ogni mèle te sàlve”
Non sappiamo come e quando l’ortica, una pianta così urticante, sia riuscita a conquistare la fiducia dei primi uomini, comunque ,da secoli, è considerata un potente emostatico. La maggior parte degli autori antichi e moderni sono d’accordo nel lodare i suoi effetti sulle emorragie. Va raccolta, con i guanti, in primavera, quando la linfa della pianta è abbondante. Si utilizzano la pianta intera e le radici. Il succo fresco è il sistema migliore di somministrazione. I suoi semi, fortemente purgativi, vanno eliminati. L’ortica è un antidiarroico efficace ed un regolatore dell’intestino: E’ stato sperimentato il suo potere antidiabetico, poiché fa abbassare il tasso di zucchero nelle urine. I suoi germogli primaverili sono depurativi ed hanno un effetto molto favorevole nelle malattie croniche della pelle e nelle eruzioni di orticaria di origine alimentare. L’infuso di foglie d’ortica serve a purificare il sangue, a curare la gotta e i reumatismi. Le virtù emostatiche dell’ortica, utilizzate nelle epistassi, fermano l’emorragia,introducendo nella narice un batuffolo d’ovatta imbevuto nel succo fresco. Fino al XIX sec. ci si serviva di fustigazioni di ortica per richiamare il sangue nelle parti anchilosate e paralizzate, trattamento, che sarebbe assai poco sopportato oggi. Il succo di ortica favorisce la ricrescita dei capelli, nell’alopecia a chiazze, rinforza i capelli fragili e riduce la forfora. Si fanno bollire in mezzo litro di aceto di vino
Essendo ricca di ferro e silicio cura le unghie fragili. E’ uno dei migliori stimolanti delle secrezioni digestive e della peristalsi intestinale, finora conosciuto. I Greci, che ne erano ghiotti, la raccoglievano prima dell’arrivo delle rondini ( come ci riferisce Aristofane) e la mangiavano come minestra. Questa pianta è particolarmente ricca di clorofilla, sostanza molto vicina all’emoglobina del sangue, influisce favorevolmente sulla formazione del nostro sangue e all’equilibrio della nostra salute. Favorisce la cicatrizzazione delle piaghe e si è scoperto,recentemente, che ha la proprietà di stimolare la tiroide, inoltre è leggermente diuretica, depurativa e lassativa. I contadini usano l’ortica per ingrassare i tacchini, è chiaramente accertato che accresce la secrezione lattea delle mucche e, come se non bastasse, quest’erba “cattiva” è un ottimo fertilizzante.
Una pianta perenne è la ruta i cui fiori sono riuniti in corimbi all’apice dei fusti,. La parte medicinale della pianta è costituita dalle sommità fiorite, che si raccolgono prima della piena fioritura, tra maggio e agosto. I principi attivi sono: olio essenziale (metilnonilchetone), rutina e furrocumarina: Le principali proprietà riconosciute alla ruta sono quellle aromatizzanti e digestive, protettrici vasali, rubefacenti. L’industria liquoristica fa largo uso di questa pianta per le sue proprietà aromatizzanti e digestive, che conferiscono alla grappa un delicatissimo sapore amarognolo. L’estrazione della rutina e della ferrocumarina sono molto importanti per l’industria farmaceutica: Nella pratica casalinga e popolare era nota come pianta stimolante le fibre muscolari lisce dell’utero per provocare l’aborto, con risultati, a volte, letali. Veniva usata per liberarsi dai vermi intestinali con il profumo di un mazzetto, dhe si faceva odorare dai bambini infetti. Un detto popolare recita: “ A rùte ogni mèle stùte” attribuendogli le proprietà di una panacea , un altro : “ A rùte schiarìsce i uècchj” - la ruta schiarisce la vista, attribuisce alla pianta proprietà oftalmiche.
L’origano , molto diffuso in zone aride, è ricco di beta-cariofillene , principio attivo presente anche in altre piante aromatiche. E’ preferibile raccoglierlo all’inizio della fioritura e farlo seccare all’ombra. Aiuta la digestione, calma la tosse, attenua le contrazioni intestinali e stimola il sistema nervoso. Con le foglie e i fiori si prepara un infuso digestivo da bere dopo i pasti e, applicato sulle parti dolenti, attenua i reumatismi. Con l’infuso addolcito da un cucchiaio di miele si cura la voce rauca, facendo ripetuti gargarisni; si curano anche i catarri acuti dei vecchi, soggetti ad una eccessiva mucosità dei bronchi. Le sommità fiorite, sminuzzate e riscaldate, se si applicano sulla parte dolente, curano il torcicollo Con il decotto si può fare un pediluvio per i piedi stanchi,che tendono a sudare.La tradizione popolare riferisce che quest’erba, insieme alla ruta ed all’iperico, veniva utilizzata verde o secca dalle donne che desideravano diventare mamme. In dosi eccessive l’origano potrebbe risultare eccitante. Da studi recenti risulta che una dieta ricca di origano può lenire le infiammazioni, per cui, essendo abbondante in natura, potrebbe diventare l’ingrediente di una nuova classe di farmaci, che non provocano intossicazioni.
Molto diffusa nei campi, la gramigna ha potere depurativo, antisettico, antinfiammatorio, emolliente, diuretico. E’ usata nella ritenzione idrica, nella calcolosi renale, nelle cistiti. Un detto popolare asserisce: “ A gramègne fèsce pescè” – la gramigna fa urinare.Nelle malattie acute, con febbri alte, l’infuso di gramigna è una bevanda raccomandata, poichè, mentre disseta, favorisce l’azione renale e abbassa la temperatura. Si usa la radice ( rizoma ),che va raccolta in primavera ed essiccata all’ombra. Essendo emollienti, i rizomi di gramigna vengono raccomandati in tutte le infiammazioni delle vie digestive, del fegato e della vescica., nelle coliche nefritiche. Per rendere più gradevole l’infuso di radici di gramigna, si può aggiungere della menta o del limone. I rizomi freschi, essiccati e macinati venivano mescolati al grano per farne pane, in periodi di carestia. Tritati e arrostiti servivano a fabbricare un surrogato del caffè. Due tre cucchiai di succo di rizoma fresco, al giorno, servono per curare la cellulite. La gramigna piace molto ai suini. Un sistema efficace per liberare i terreno dai suoi rizomi è quello di farli scavare dai maiali. Somministrata, fresca o essiccata ai cavalli, risulta molto salutare e ,in poche settimane, fa diventare brillante e lucido il loro mantello.
Pianta ombrellifera di straordinaria eleganza, il finocchio, allo stato selvatico, è molto profumato.Tutte le parti della pianta vengono usate in medicina, poichè dotate di diverse qualità. Le foglie vanno raccolte prima della fioritura e si usano anche in cucina.,la raccolta dei semi va scalata, poichè non maturano tutti nello stesso periodo, le radici vanno strappate in autunno. I semi sono stimolanti, stomachici, aperitivi, carminativi, galattogeni, perciò non dovrebbero mai mancare in casa. Un infuso, nella dose di un cucchiaio di semi in una tazza di acqua bollente , bevuto dopo i pasti, stimola la digestione in caso di atonia dello stomaco e dell’intestino. Associando all’infuso di barbe di granturco uno o due cucchiai di semi di finocchio, si curano i calcoli renali. Ma la pianta è conosciuta soprattutto come galattogena. Infatti le balie, in passato, erano obbligate a mangiare spesso finocchio per aumentare la produzione di latte. La Scuola Salernitana teneva in grande considerazione il finocchio di cui esalta le virtù in questa strofetta: “Il seme di finocchio sciolto nel vino,
Rianima, eccita un animo preso dall’amore,
Del vegliardo ringiovanito sa destare l’ardore,
Dal fegato e dai polmoni scaccia il dolore;
Dello stesso seme l’uso salutare
Bandisce dal ventre il vento che lo devastava.
La radice, fortemente diuretica è utile contro la ritenzione di urina. Quando è possibile utilizzarla fresca, un cucchiaio di radice sminuzzata in una tazza d’acqua bollente, è raccomandata anche per curare la congestione polmonare. La pianta fresca, sminuzzata insieme alle foglie di sedano, ed appena cotte, si applicano sui seni gonfi ed infiammati delle puerpere. In decotto la pianta viene utilizzata come rimedio oftalmico, per rinforzare la vista.
Si utilizza per aromatizzare olive, carne suina e pesce grasso (spigola, aguilla, triglia) L’espressione: “ Non farti infinocchiare “ riguarda l’usanza molto diffusa, in passato, di aromatizzare il vino non buono e la carne non proprio fresca con semi di finocchio, I semi, masticati a fine pasto, profumano l’alito, favoriscono la digestione e inducono il sonno.





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