venerdì 25 giugno 2010

FARMACOPEA POPOLARE

Avvio questa trattazione con alcuni cenni sulla medicina popolare che ha tratto dalla natura i mezzi per risolvere i problemi di salute.
Dalle piante più umili e spesso infestanti i nostri antenati sono riusciti ad estrarre sostanze medicamentose per sè e per gli animali che li hanno sempre accompagnati nel lavoro.
Buona lettura


Da sempre e ovunque, la vita umana spazia tra lo stato di salute e la malattia . Questi poli estremi ne rappresentano la dimensione fisica e spirituale ed hanno stimolato la ricerca di saperi terapeutici che, per lungo tempo, hanno difeso la salute collettiva. Acquisita la consapevolezza che la natura è un ecosistema di cui l’uomo fa parte, non era possibile scindere nettamente la salute degli uomini da quella degli animali, anche perchè, fino agli inizi del Novecento,quando l’economia ruotava attorno al sistema agro-pastorale,la sopravvivenza degli animali era garanzia di vita per gli uomini. I guaritori, nella tradizione orale, erano principalmente terapeuti di animali. Se uno era capace di assistere una mucca o una cavalla in un parto difficile o di comporre la frattura di un animale, a maggior ragione poteva aiutare una puerpera o avere competenza nell’aggiustare ossa, sistemare slogature, curare infezioni. Quando mancavano le figure del veterinario e del medico, questi ruoli erano svolti dai terapeuti popolari , che erano esperti di erbe e fini conoscitori della loro raccolta e del loro uso.La ricchezza della flora e della fauna locale permetteva di sfruttare questa abilità personale , anche come fonte di reddito familiare. Questi terapeuti, che curavano con le erbe ed altri elementi primari del mondo animale e minerale ( grassi, miele,sale ecc.) potevano contare sulle conoscenze che derivavano dal repertorio della medicina popolare, della farmacopea naturale e di una conoscenza empirica del corpo ( umano e animale ).




L’arte di curare tutti i mali con le piante era già conosciuta e praticata, in Cina, 8000 anni prima di Cristo, la stessa pratica era diffusa presso gli Aztechi, gli Egiziani, i Greci e i Romani.Quando , a partire dal 400 a.C. cominciarono a giungere in Italia tribù di barbari celti,attraverso le Alpi, nell’arco di pochi anni penetrarono in tutto il territorio, dalla Lombardia alla Puglia. Le conoscenze erboristiche di questo popolo si diffusero ovunque, sovrapponendosi e integrandosi con quelle locali. I sacerdoti druidi possedevano una profonda conoscenza della natura, soprattutto in campo vegetale e facevano ampio uso di piante medicinali tra cui il trifoglio, la verbena, il frassino, il nocciolo, il vischio, la gramigna, la salvia e soprattutto la quercia, considerata come l’albero della vita, del bene e del male e, quindi, della Conoscenza. Avevano sperimentato anche le proprietà delle piante allucinogene e dei veleni vegetali e sapevano per ogni pianta medicinale quale fosse l’uso più appropriato: unguento, cataplasma, infuso o decotto . Fino agli inizi del XX sec. , nelle campagne, i medici di famiglia non disprezzavano i rimedi della fitoterapia, poiché ne vedevano l’utilità. Anzi, nell’800, i medici erano anche esperti botanici e i piccoli fastidi e i malesseri più o meno passeggeri trovavano soluzione con le erbe. L’avvento e il trionfo della chimica, da molti decenni, hanno portato a trascurare questa tradizione, rimasta appannaggio di pochi. A lungo considerata frutto di superstizione, in quest’ultimo periodo la fitoterapia sta acquistando credibilità sempre maggiore; la gente comincia ad avere fiducia in rimedi, che sono il frutto di millenni di esperienza, si sta riappropriando della cultura delle piante e delle loro proprietà medicamentose, evidenziando l’esigenza di un ritorno alle cose semplici e naturali, in un’epoca in cui tutto è sintetico e sofisticato.




Nelle nostre campagne e nei boschi c’è un vero scrigno di tesori terapeutici, a portata di mano, da sfruttare per rimanere, a lungo, sani e belli. La tradizione popolare ha utilizzato come curative, molte erbe dotate di sostanze particolari di cui è stata scientificamente dimostrata l’efficacia, anche per l’affinità alla struttura organica del corpo umano. Esso accetta senza difficoltà le sostanze fabbricate dalla vita (delle piante) mentre è disturbato dall’intrusione di sostanze inorganiche che gli sono estranee. Tante piante, che erano considerate solo erbacce, sono state rivalutate e promosse a piante medicamentose.




Secondo la tradizione, le erbe dovevano essere raccolte in luoghi precisi, in periodi specifici dell’anno, durante il plenilunio, la mattina o il tardo pomeriggio e in giorni dedicati a particolari santi. Si riteneva che, le erbe raccolte la notte o il giorno di san Giovanni,avessero una speciale efficacia terapeutica, in particolar modo contro gli attacchi nervosi e la calvizie oltre ad importanti poteri apotropaici contro temporali e grandine. La figura del Battista è collegata soprattutto al noce. Con i frutti raccolti nel giorno della sua festa si prepara il nocino: un liquore forte e dotato di straordinarie qualità: aiuta a digerire tutto, anche le lumache, animaletti con le corna, capaci di evocare non solo gli spicchi di luna ma anche le protuberanze delle corna cresciute tra le pareti domestiche che, nell’ncanto di quella notte magica, potevano essere dimenticate e digerite con una ricca bevuta. Spinta dal bisogno, la gente dei campi , con un impegno costante, è riuscita a scoprire oltre ai valori nutritivi,i poteri terapeutici di tante piante. Scoprendo le virtù di ogni erba ha escogitato per ogni male la sua ricetta, non molto lontana dai sistemi curativi suggeriti dalla scienza. Gli uomini hanno imparato a distinguere le piante officinali dagli animali, che conoscono bene le erbe utili alle loro necessità fisiche. Il tempo balsamico di ogni pianta era appannaggio di uomini e donne che si dedicavano, abitualmente, alla raccolta delle erbe,di cui prelevavano il fiore, le foglie o le radici nell’ora, nel giorno e nella stagione, in cui le sue essenze erano attive al massimo. L’antica medicina popolare delle campagne e delle tradizioni contadine aveva il pregio di mantenere vivo il rapporto di rispetto tra l’uomo e il suo ambiente. Era diffusa la consuetudine di ringraziare le piante prima di coglierle e gli animali prima di macellarli, usanza che fa parte di un rituale ancestrale dell’uomo ,che sentiva il dovere di ringraziare la natura ogni qualvolta si appropriava di una sua creatura per servirsene, a suo vantaggio, altrimenti il beneficio si sarebbe trasformato in danno. Un’antica formula diceva:” Te salùteche, sànta rùte, te sò venùte accògghj , purcè tègne i vjìrme , aiùteme a cacciàrle:”




Nonostante i nostri ripetuti attentati alla sua integrità, la natura continua a prodigarci fiori, frutti, piante e benessere. La primavera è la stagione ideale per dedicarsi alla raccolta di erbe che possono essere un toccasana, in tutti i mesi dell’anno. Con l’ausilio della fitoterapia diversi malanni possono trovare una soluzione rapida e non tossica. E’ necessario prestare attenzione a ciò che si raccoglie e si prepara con quel minimo di competenza che si acquista, informandosi e chiedendo il parere di chi ne sa di più. E’ una cautela da non sottovalutare e da praticare ogni volta che non si è abbastanza sicuri. Anche la natura non vuole approssimazioni. Nelle zone dove l’habitat è più ricco e incontaminato,è opportuno approfittare per raccoglere le erbe del benessere, usandole con criterio per trarne preziosi vantaggi. Le piante danno effetti migliori dei medicinali, poichè, rispetto ai prodotti creati in laboratorio, i loro principi attivi sono molto simili alle sostanze che l’organismo stesso produce. Per questo le cure con le erbe non danno effetti collaterali, se si rispetta il dosaggio, a lungo sperimentato. E’ necessario conservare correttamente le erbe aromatiche e officinali per garantirne la durata del sapore e delle virtù terapeutiche. Vanno conservate possibilmente intere e non frantumate, in vasetti di vetro scuro, di ceramica o di legno, e in un ambiente asciutto, per evitare che si formino muffe. Da evitare sacchetti di plastica o contenitori aperti. Gli antichi decifravano le proprietà delle piante dalla forma, il sapore e il colore ( Teoria della Segnatura: signa naturae – magia simpatica). Elaborata da Paracelso (1493 – 1541) traeva origine dall’idea dell’unità sostanziale della Natura e dai rapporti di analogia tra Macrocosmo e Microcosmo ed anche tra gli astri del cielo e il corpo umano. Al Sole, per esempio, si faceva corrispondere il cuore, alla Luna il cervello, a Saturno la milza, a Mercurio i polmoni, a Venere i reni, a Marte le vie biliari e a Giove il fegato. Quando l’equilibrio tra le varie influenze astrali si alterava, si poteva scatenare una malattia a carico dell’organo corrispondente al pianeta più debole. Il rimedio consisteva nell’utilizzare rimedi carichi dell’influenza del pianeta stesso, per supplire alla sua azione insufficiente. Si utilizzavano, quindi, estratti di piante come il girasole, ad esempio, che corrispondeva al Sole o di palma,che corrispondeva alla Luna. Sempre in base alla legge di Analogia si ricorreva a piante, fiori, foglie o frutti che avessero una forma simile a quella dell’organo malato. Per il mal di testa veniva raccomandata la capsula o testa del papavero. Per gli intestini le capsule del convolvolo, per l’utero i frutti della sabina (Juniperus sabina), per la cirrosi l’estratto di fiele di bue. Ai testicoli si facevano corrispondere i pistacchi, ritenuti potenti afrodisiaci, i chicchi di caffè , che hanno la forma dei lobi del cervello e di quelli del cuore, si riteneva che avessero effetto stimolate su quegli organi. I gherigli di noce,contenuti in un guscio duro, richiamano gli emisferi cerebrali protetti dal cranio, per cui venivano prescritti per curare le malattie mentali. La teoria della Segnatura, oltre che alla forma dell’organo, venne estesa, per analogia, anche al colore, per cui, tutte le piante dal succo giallo, quasi tutte amare (rabarbaro) erano ritenute buone per il fegato, l’itterizia veniva trattata con lo zafferano, la lebbra con le fragole, le emorragie con l’ematite (minerale di ferro) Il rosso scuro è segno di astringenza (rose rosse). Il nero e il marrone rappresentano segni di pericolo e di veleno ( belladonna). Il bianco indica una debole attività medicinale. Il celebre medico e alchimista, Gerolamo Cardano, (1501 – 1576) riteneva che il latte di giumenta, l’utero di lepre e il testicolo di capro guarissero la sterilità. Dal punto di vista scientifico, questa teoria appare quanto mai fantasiosa, comunque alcuni rimedi, che fanno riferimento ad essa, funzionano ancora. Nel suo complesso, dovette avere una sua funzione positiva sugli uomini primitivi, per i quali i poteri della suggestione erano più forti di quanto non siano oggi,si tratta dell’effetto “placebo”, ben noto anche alla medicima moderna. Ma non dovette dare risultati molto incoraggianti, per cui la teoria della Segnatura fu abbandonata a favore di dati acquisiti dalla sperimentazione. L’origine più antica della teoria della Segnatura risale ai tempi di Plinio il Vecchio ( 23 – 79 d. C.), ma i primi esempi di questo trattamento ci vengono dal papiro medico di Ebers, risalente al 1500 a.C. e scoperto dall’egittologo tedesco George Moritz Ebers. In epoca recente dominava ancora la convinzione che ,cibandosi del cuore o di qualche altro organo di un nemico ucciso, si potesse ottenere il trasferimento magico del suo coraggio e della sua forza. Anche Ippocrate propose una dottrina della similitudine, secondo la quale, le malattie sono fenomeni naturali, per cui i fenomeni della malattia devono essere rimossi, promuovendo le reazioni naturali della guarigione. In definitiva è la Natura il medico, ma se la natura resiste, nulla si può fare. Quando il ricco armamentario della farmacopea popolare, in uso, falliva, non restava altra soluzione che affidarsi al potere terapeutico di divinità e di santi o ricorrere alla magia. Oltre ad essere commestibili e terapeutiche, alcune piante posseggono parti ricche di pigmenti colorati. Molto usate nei tempi antichi, sono ancora utilizzate..



Domenica Terrusi

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